HERBERT MARCUSE.
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OLTRE L'UOMO A UNA DIMENSIONE.
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Parte 1.
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2005. Manifestolibri, ROMA.  
Collezione Marcusiana 
ISBN 88-7285-333-8.
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    Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
               Fondazione Ezio Galiano onlus
                  http:\\www.galiano.it
         ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Movimenti e controrivoluzione preventiva. Scritti e interventi di Herbert Marcuse a cura di RAFFAELE LAUDANI. Postfazione di Antonio Negri.
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PRESENTAZIONE.
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Nessuno pi di Herbert Marcuse ha visto il proprio nome identificarsi con le aspirazioni e le pratiche dei movimenti antisistemici degli anni Sessanta e Settanta. Pubblicato nel 1964, il suo L'uomo a una dimensione  stato infatti considerato da un'intera generazione di intellettuali e attivisti politici un punto di riferimento imprescindibile per la critica della societ opulenta tardocapitalistica.
Questo volume, che inaugura l'edizione italiana degli Scritti e interventi di Herbert Marcuse, raccoglie i principali testi politici di Marcuse degli anni Sessanta e Settanta: saggi, manoscritti, interviste, carteggi (con Theodor W. Adorno e Rudi Dutschke). In essi il filosofo tedesco discute il
significato mondiale del Sessantotto, le prospettive politiche dei movimenti di protesta e indaga le trasformazioni del capitalismo americano di fronte alla sfida globale lanciata dai movimenti.
Ne risulta un'immagine della societ contemporanea "oltre l'uomo a una dimensione" che anticipa molti dei tratti della cosiddetta globalizzazione e dei movimenti che vi si oppongono.
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L'AUTORE.
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Herbert Marcuse (Berlino, 19 luglio 1898  Starnberg, 29 luglio 1979)  stato un filosofo, sociologo, politologo ed accademico tedesco naturalizzato statunitense. Figlio di una famiglia ebraica originaria della Pomerania, combatte durante la prima guerra mondiale. Nel 1917 diventa membro della SPD, e nel 1918  inizia gli studi di Germanistica e storia della letteratura tedesca contemporanea. Nel 1919 abbandona la SPD e nel 1922 consegue il dottorato a Friburgo. Nel 1929 inizia a lavorare alla sua abilitazione sotto Martin Heidegger a Friburgo, ma non essendogli possibile completare il suo lavoro, alla fine del 1932 approda all'Istituto per la Ricerca Sociale. Ancora prima della presa di potere di Adolf Hitler, Marcuse fugge nel 1933 via Zurigo a Ginevra, per poi emigrare definitivamente negli Stati Uniti nel 1934, dove ottiene la cittadinanza nel 1940. E stato uno dei massimi esponenti della cosiddetta Scuola di Francoforte, formata con Max Horkheimer e Theodor Adorno.
Negli Stati Uniti  ha insegnato in diverse universit e ha pubblicato le sue due principali opere annoverate tra le pi importanti della teoria critica e  tra le opere centrali del Movimento Studentesco degli anni sessanta in tutto il mondo. Nel 1979 Marcuse muore per le conseguenze di un'emorragia cerebrale.
Tra le sue opere principali:
Ragione e rivoluzione, L'uomo a una dimensione, Eros e civilt.
Accanto alla raccolta in cinque volumi degli Scritti e interventi inediti di Herbert Marcuse, la collana Marcusiana ripropone alcuni testi fondamentali del maestro della teoria critica, che conservano intatta la loro attualit e la loro forza di provocazione.
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PREMESSA ALL'EDIZIONE CRITICA.
Con questo volume si apre l'edizione italiana degli scritti del Nachlass di Marcuse. Simili iniziative editoriali sono gi in opera negli Stati Uniti presso la casa editrice Routledge a cura di Douglas Kellner e in Germania presso l'editore zu Klampen a cura di Peter-Erwin Jansen. Sebbene le
tre edizioni siano unite da un comune progetto e dalla presenza in ognuna di esse dei contributi ritenuti pi significativi, la presente edizione include anche un certo numero di saggi pubblicati in vita da Marcuse, ma mai tradotti in italiano. L'obiettivo  quello di fornire al pubblico italiano un'immagine il pi possibile esaustiva di un pensatore che ha fortemente condizionato il dibattito politico e intellettuale del ventesimo secolo, specie negli anni Sessanta, ma che troppo in fretta e colpevolmente  stato accantonato con l'esaurirsi di quella stagione politica. Da questo punto di vista, fa idealmente parte di questa edizione anche il volume di Marcuse curato nel 2001 da Carlo Galli e dal sottoscritto per l'editore Laterza e che raccoglie i principali contributi di Marcuse negli anni del nazismo.
L'edizione si compone di cinque volumi che ricostruiscono la produzione di Marcuse dai suoi interventi pi pubblici e militanti, a ritroso fino a riscoprire le radici teoriche e filosofiche di quelle posizioni politiche. A questo volume, che raccoglie i principali interventi politici di Marcuse degli anni Sessanta e Settanta, faranno cos seguito con una cadenza che si vuole annuale: Marxismo e nuova sinistra, che raccoglie diversi scritti sul marxismo e sulla necessit di rinnovamento della teoria critica della Scuola di Francoforte nel confronto coi nuovi movimenti sociali come il movimento studentesco, il femminismo e l'ambientalismo;
La societ tecnologica avanzata, che raccoglie i principali contributi di Marcuse sulla tecnica nell'era tardocapitalistica; 
Teoria critica del desiderio. Estetica e psicanalisi, che raccoglie i principali interventi di Marcuse sull'estetica e la psicanalisi;
Filosofia e filosofia politica, che raccoglie contributi filosofici di Marcuse, compresi alcuni saggi giovanili rimasti inediti in Italia, alcuni scritti di storia delle dottrine politiche e le sue tarde riflessioni sui principali esponenti della Scuola di Francoforte.
Ogni volume  corredato da un'introduzione del curatore che contestualizza i testi pubblicati, da carteggi inediti e da una postfazione che, di volta in volta, vedr affermati studiosi italiani confrontarsi con i temi e i problemi posti dai contributi di Marcuse raccolti nel volume.
In chiusura di queste poche note di presentazione  d'obbligo un ringraziamento a Peter Marcuse, figlio del filosofo, per avere favorito con ogni mezzo la realizzazione di questa impresa, nella speranza che essa possa contribuire a rinnovare l'interesse per quello che alcuni hanno definito a giusto titolo il teorico critico dell'emancipazione.
RAFFAELE LAUDANI.

INTRODUZIONE
1. Ci sono state le rivolte a Roma e Marcuse  sbucato fuori. Ci furono prima le rivolte a
Parigi, quando il governo schier le truppe e i carri armati per le strade, e Marcuse era l. Quando ci
furono le rivolte degli studenti a Berlino, Marcuse era ancora l. Comincia cos, con la dichiarazione
stizzita di un rappresentate dell'American Legion, la pi grande organizzazione americana di veterani
di guerra, un bel documentario degli inizi degli anni Novanta che racconta il particolare connubio
creatosi tra Marcuse e il movimento studentesco1. Quel veterano si faceva portavoce della richiesta di
licenziamento di Marcuse dall'Universit di San Diego sostenuta dagli ambienti pi conservatori della
societ americana, compreso l'allora governatore della California Ronald Reagan. Difficile era per loro
capire come questo anziano professore tedesco, formatosi con Husserl e Heidegger nella Germania
degli anni Venti, potesse essere diventato, ormai settantenne, il padre del movimento studentesco e
alternasse le sue lezioni su Platone e Kant all'occupazione della Tesoreria dell'Universit per sostenere
la richiesta degli studenti afro-americani e chicanos di ottenere degli spazi autogestiti per il
Lumumba-Zapata College (premurandosi poi - a dire il vero pi da nonno che da padre - di coprire le
spese per i danni prodotti dall'occupazione). Poche storie, comunque. Quel docente era dangerous, un
cattivo maestro che sobillava i figli perbene dell'America operosa ed opulenta e che, per questo
motivo, doveva essere allontanato. Quello che forse quel veterano non sapeva, e che avrebbe
certamente rafforzato la sua idiosincrasia nei confronti di Marcuse, era che la sua attivit politica e
intellettuale affondava le sue radici proprio in un'esperienza di movimento: nella partecipazione,
appena ventenne, alla rivoluzione tedesca dei Consigli. Un'esperienza che, coincidenza fra le
coincidenze, nel novembre del 1919 lo vide in circostanze poco chiare contribuire come membro del
consiglio dei soldati di Reinickendorf, un sobborgo operaio a nord di Berlino alla difesa armata di
Alexanderplatz dagli attacchi dei Freikorps, in uno dei momenti pi drammatici della rivoluzione a
Berlino2.
I saggi che qui si presentano per la prima volta al pubblico italiano, molti dei quali provenienti
dal Nachlass marcusiano, sono il risultato finale di questo rapporto di lungo periodo con le istanze di
liberazione dei movimenti soggettivi ed evidenziano la profondit e la complessit di questo rapporto.
Essi raccolgono i principali interventi politici di Marcuse nel decennio che va dall'annunciarsi del
Sessantotto fino alla sua morte nel 1979. Solitamente considerata solo una glossa in margine ad una
prestazione scientifica gi compiuta, la produzione di quegli anni ci riconsegna invece un Marcuse
nuovo, originale, in cui l'adesione politica alle lotte e alle istanze dei movimenti di protesta si lega alla
necessit teorica di ripensare le strategie e gli spazi concreti per le istanze soggettive di liberazione in
un mondo in radicale trasformazione. Essi hanno cos una duplice valenza: da un lato di
documentazione storica di una stagione di movimenti sociali, dall'altro di analisi di un presente che in
fondo  ancora il nostro. Sebbene costruiti solo sui prodromi, senza ancora l'evento pi che simbolico
del crollo del muro di Berlino, e quindi non esenti da ingenuit e prognosi poi rivelatesi sbagliate, gli
scenari che Marcuse descrive in queste pagine sono infatti ci che oggi siamo soliti chiamare
globalizzazione neoliberista. La quale per, innervata e attraversata dalle istanze di quei movimenti,
perde la sua immagine monolitica ed economicistica e si congiunge idealmente con le nuove istanze di
movimento che stanno accompagnando i primi passi del XXI secolo.
2. Il richiamo al movimento dei Consigli non  tuttavia una mera nota biografica. Quella
esperienza fondativa ci aiuta infatti a capire il senso profondo di quelle coincidenze richiamate in
apertura, le ragioni politiche e teoriche di un'identificazione con le istanze dei movimenti di protesta
degli anni Sessanta e Settanta, cos convinta da rimettere in discussione anche un sodalizio intellettuale
e personale come quello con Adorno e Horkheimer, tra i pi creativi e innovativi del Novecento. La
partecipazione di Marcuse a quei movimenti non  stata infatti, come ripetuto spesso anche in ambiente
marxista o di movimento, l'espressione di un tardo e magari patetico volontarismo politico; non  stata
una variante engage della crisi politica e teorica che attanagliava ormai la Scuola di Francoforte.
Quelle barricate nel Quartiere Latino, a cui quasi casualmente Marcuse assistette nel maggio del 1968
mentre partecipava a un convegno organizzato dall'Unesco per i centocinquant'anni dalla nascita di
Marx, erano per lui il riaffermarsi di una tradizione che  stata latente in Europa fin dagli anni
'203. In quelle azioni egli ha visto riapparire proprio quel sogno di libert da lui sperimentato in
Alexanderplatz e poi conservato per anni come filosofia.
2.1. Tracce della partecipazione giovanile alla rivoluzione berlinese si ritrovano infatti in tutti i
momenti di snodo della produzione teorica di Marcuse, anche e forse soprattutto nei contributi meno
direttamente politicizzati. Evidenti sono ad esempio nell 'Ontologia di Hegel, con cui Marcuse si
esibisce nel 1932 per ottenere a Friburgo la libera docenza con Heidegger e che costituisce l'approdo
delle sue prime sperimentazioni giovanili4. Pur volendosi fedele al testo hegeliano, la dialettica di
Marcuse  infatti condizionata da quello che potremmo definire un punto di vista del movimento,
tutta sbilanciata cio sul problema del superamento, dell''Aufhebung: la negazione  scomposta
dalla antitesi e posta gi al cuore della tesi, l'esistente storico di volta in volta dato, svuotando di ogni
contenuto concreto il momento della conciliazione. Se infatti l'essere  determinato dal suo
non-essere e dal suo essere-altro, la eguaglianza con s stesso nell'essere-altro rivendicata da Hegel
come compimento del processo dialettico  possibile solo come passaggio, nell'accadere della
diversit, come insopprimibile scissione. E' la sua stessa necessit ontologica a spingere la vita
nella mobilit, a superare la sua situazione immediatamente preesistente e, partendo dalle sue
possibilit inespresse, a spingersi verso nuove determinazioni. Solo in questa mobilit, in questo
cambiamento, in questa moltitudine la vita si d come unit, permanenza e medesimezza5.
Queste implicazioni ontologiche sovversive che il giovane Marcuse crede di avere
rintracciato fra le pieghe della logica hegeliana (ma che, in realt, come notava gi Adorno in una acuta
recensione del 1932, vanno ben oltre il testo hegeliano)6, costituiscono il presupposto implicito degli
interventi pi politici di quegli anni, in cui Marcuse prova a rifondare filosoficamente il marxismo e
la possibilit della rivoluzione, innestandovi elementi della fenomenologia esistenziale
heideggeriana7. Per Marcuse, infatti,  la realt storica - la totalit dei rapporti di produzione - ad essere
dialettica con la coesistenza al suo interno della tesi e della sua negazione, il ventaglio delle
possibilit negate dalla realt storica. Il reale, ontologicamente inadeguato ad esprimere e realizzare le
proprie potenzialit,  di conseguenza contrassegnato dalla contingenza e sfidato dalla rivoluzione, quel
movimento che porta ad emersione le possibilit maturate dalla storia presente che tuttavia sono
negate dai rapporti di dominio prevalenti. L'attivit del proletariato (in seguito diventer pi in
generale quella dei movimenti di liberazione)  cos per il giovane Marcuse l'espressione politica di
questo conatus, del desiderio di oltrepassare i limiti di una realt mutilata delle sue potenzialit.
2.2. Lo stesso punto di vista del movimento guida anche il confronto con i Manoscritti di Marx,
cui Marcuse dedica uno dei primi commenti all'indomani della loro pubblicazione nel 19328. Qui la
figura che esprime la mobilit della realt storica  quella del lavoro, quell'attivit con cui l'uomo
si rapporta a stesso, supera tutto ci che  per lui un dato, un presupposto, e in questa appropriazione
del mondo oggettivo realizza se stesso. Un'attivit eminentemente libera, perch per suo tramite
l'uomo riesce a distinguersi dalla propria particolare determinazione e, superandola, produce se
stesso e la propria attivit. Come diceva lo stesso Marx:  vita che produce vita9. Il punto di vista
del movimento determina tuttavia un'appropriazione originale del giovane Marx, ben diversa da
quella che in seguito sar tipica di altre correnti umanistiche del marxismo. Per Marcuse, infatti, la
Lebensnot che motiva il movimento del lavoro non  l'espressione di una mancanza, un tentativo di
rispondere alla penuria materiale e intellettuale. Essa  al contrario la manifestazione di un'
eccedenza, di una sovrabbondanza essenziale dell'esistenza umana nei confronti di ogni sua
oggettivazione determinata10. In questa prospettiva anche l'alienazione del lavoro assume forme e
connotazioni nuove: dal punto di vista ontologico essa  infatti desiderio frenato, imbrigliamento
della libert di movimento della sovrabbondanza essenziale del lavoro, l'emergenza di unit sociali
particolari - i rapporti di produzione - che stabilizzano e coagulano in una totalit sociale
l'eccedenza ontologica che muove la realt storica, trasformando il lavoro in un potere estraneo.
Con questa estraneazione, il lavoro si cristallizza nella dimensione della necessit, la
produzione e riproduzione del necessario, e spezza quella connessione essenziale con la libert che
realizza invece il senso ontologico del lavoro. Se osservata dal punto di vista dei rapporti di produzione
esistenti, l'attivit rivoluzionaria  quindi sconvolgente ed assume una forma catastrofica, perch
rompe le briglie che incatenano la mobilit del lavoro. Dal punto di vista ontologico la rivoluzione non
 per differente dal lavoro. Entrambe sono forme di movimento del desiderio eccedente. La prima
esprime il carattere generale dell'attivit trasformatrice della prassi umana, mentre la seconda si
manifesta come sovversione radicale del suo imbrigliamento11. Ma per queste stesse ragioni la
rivoluzione rappresenta la figura ontologica kat'exochen, perch con essa l'eccedenza si manifesta in
tutta la sua esuberante passione e sfida le forme storiche con cui la societ costituita cerca di frenare
la sovrabbondanza essenziale della libert. Nella societ capitalistica essa coincide cos con la
liberazione dalle gabbie del lavoro salariato.
2.3. Il punto di vista del movimento governa poi anche il confronto maturo con Freud,
culminato nella pubblicazione nel 1955 di Eros e civilt12. Qui infatti Marcuse, specie nelle pagine pi
filosofiche del volume, riprende le sue riflessioni giovanili sulla mobilit della vita. Se a suo tempo
la dialettica hegeliana era stata privata dalla forza della negazione della sua tendenza alla conciliazione
oltre la storia, nel caso della metapsicologia freudiana  il momento del Nirvana, lo stato di quiete che
esaurisce la dialettica conflittuale tra Eros e Thanatos, ad essere sottratto dall'orizzonte di morte in cui,
tutto sommato, era stato confinato da Freud. Attraverso Nietzsche, il Nirvana viene invece immerso da
Marcuse nella scissione della vita, alla ricerca di forme di godimento e di soddisfazione sempre
nuove. Anche per Marcuse infatti siamo veramente per brevi istanti l'essere originario in s e ne
sentiamo l'indomabile brama di esistere, la gioia di esistere; la lotta, il tormento, l'annientamento dei
fenomeni ci sembrano ora quasi necessari, nell'enorme sovrabbondanza delle innumerevoli forme di
esistenza che incalzano, si spingono e urgono per avere vita, data l'esuberante fecondit della volont
universale13. Il ritorno al Nirvana non  quindi per lui il rifiuto di ci che transita, ma la
consapevolezza dell'inesauribile sovrabbondanza del desiderio. Il dolore  vinto nella vita, nella
scissione, perch  seguito dalla rinascita reale del nuovo, di nuovi desideri di gioia e di
soddisfazione. L'eterno ritorno - ci dice -  la volont e la visione di una posizione erotica verso
l'esistenza, nella quale necessit e realizzazione coincidono14. La dialettica della civilt -in termini
freudiani il conflitto tra il principio del piacere e il principio della realt -  quindi condizionata
dalla lotta per la libert di movimento del desiderio, contro le forme dispotiche e le restrizioni a cui
questa pulsione di vita viene storicamente costretta. Nella societ capitalistica, questo
imbrigliamento si manifesta come principio di prestazione, come costrizione al lavoro salariato,
alla prestazione socialmente utile, che relega il desiderio e la ricerca della felicit a sottoprodotto buono
per il tempo libero, le ore non sottoposte alle pene del lavoro. L'eros  cos per Marcuse una
dynamis, una potenza sovversiva e indisciplinata che, liberata, traboccherebbe oltre i limiti
istituzionalizzati entro i quali la mantiene il principio della realt15. La sua modalit di espressione 
quella del Gran rifiuto, la critica delle limitazioni storicamente determinate alla sua realizzazione e
la sollevazione contro l'intollerabilit di queste limitazioni. Esso non mira infatti alla costruzione di un
nuovo ordine, di una nuova totalit sociale, ma alla rimozione delle barriere che ostacolano la sua
mobilit.
3. Questo stesso punto di vista del movimento - sebbene capovolto e con lo sguardo rivolto alle
forme di imbrigliamento dell'eccedenza - governa infine anche L'uomo a una dimensione, il cui
successo mondiale (solo in Italia centosessantasettemila copie vendute in un anno) ha certamente
contribuito ad alimentare l'immagine di Marcuse come cattivo maestro o, a seconda dei punti di
vista, come mentore del movimento studentesco16. Edito nel 1964 e dedicato all'ideologia della
societ industriale avanzata, questo libro portava a compimento un lungo progetto di ricerca
cominciato davanti al nazismo17, e proseguito poi con la critica del comunismo sovietico18, con cui
Marcuse aveva cercato di afferrare le logiche del capitalismo novecentesco, poi stabilizzatosi
nell'equilibrio bipolare della guerra fredda. Sebbene costruito principalmente sul modello della societ
americana del secondo dopoguerra, il libro aveva quindi una valenza pi generale. Esso voleva essere
infatti la sintesi teorica di un'epoca che, nelle sue diverse forme storiche, si caratterizzava per la
neutralizzazione del conflitto, la sospensione del movimento della politica, e la sostituzione
dell'ideale pericoloso della libert con la realt protettiva della sicurezza economica19. Marcuse vi
descriveva l'anima repressiva dello Stato sociale, la sua tendenza, proprio in virt dei suoi straordinari
successi economici e del crescente benessere prodotto, a contenere e ad ammansire il bisogno di
liberazione, trasformandolo in una servit volontaria alle esigenze riproduttive del sistema
capitalistico. Nelle forme levigate, confortevoli, democratiche della societ opulenta, ereditata
dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla divisione del mondo in blocchi contrapposti, egli
rintracciava i sintomi di una sindrome totalitaria, il ricorso a nuove forme di controllo che favorivano
la chiusura dell'orizzonte politico sulle esigenze dello status quo. Diversamente dalle tesi sui
persuasori occulti che gestiscono e influenzano subdolamente le scelte politiche del
cittadino-consumatore, molto in voga negli ambienti critici statunitensi degli anni Cinquanta e
Sessanta20, per Marcuse queste strategie di controllo sociale cominciavano per ben prima della
produzione di massa di programmi televisivi o radiofonici o con l'accentramento monopolistico di
questi mezzi di comunicazione. La loro forza risiedeva nel circolo perverso tra manipolazione e
bisogno, con il precondizionamento scientifico dei bisogni individuali e nell'uguagliamento tra
bisogni spontanei e bisogni socialmente necessari. Era in sostanza la Societ del Benessere che, con i
suoi prodotti e i suoi servizi, si vendeva e faceva lo spot ininterrotto di se stessa. L'estensione del
godimento di merci e servizi a settori sempre pi ampi della popolazione trasformava infatti l'insieme
degli atteggiamenti e delle abitudini connaturati al mondo delle merci - le relazioni di scambio e la loro
funzionalit e fungibilit -in un modo di vivere che, essendo assai migliore di quello di un tempo,
militava contro il mutamento qualitativo. L'effetto principale era la crisi del pensiero critico,
negativo, sostituito da un pensiero tecnico, operazionista, che rinunciava ad ogni velleit di
trascendenza dell'ordine esistente.
Al tempo stesso Marcuse mostrava per come, dietro la forza indiscutibile dei risultati
conseguiti, il sistema continuava ad essere irrazionale perch incapace di risolvere la
contraddizione fondamentale tra la spinta tecnologica verso la liberazione dal lavoro salariato
(l'automazione dei sistemi produttivi) e le esigenze di una forma di societ che per mantenersi in vita
doveva riprodurre e intensificare con forme sempre pi sofisticate quei meccanismi di subordinazione
del lavoro. Vista da questa prospettiva - da quella delle potenzialit inespresse che, seppur in latenza,
minacciavano di sfondare i limiti imposti dal sistema - la societ del benessere perdeva la sua aura di
razionalit e rivelava la sua natura ideologica. I suoi meccanismi di soddisfazione del desiderio
eccedente di liberazione apparivano ora arrestati, parziali; il suo funzionamento era antiragione
metodica, obsolescenza pianificata resasi necessit sociale, ceppo allo sviluppo del progresso e
della libert umana, teoria e pratica della restrizione che non annullava il bisogno ontologico del
mutamento qualitativo, della rivoluzione. Il problema consisteva nell'individuare i soggetti sociali in
grado di spezzare quello che Horkheimer e Adorno definivano il cerchio magico della riproduzione,
la riproduzione quantitativa del sempre uguale; quei soggetti cio in grado di aprire nuovamente il
movimento della politica. Gli effetti principali della desublimazione repressiva tipica della societ
del benessere, l'ampliamento della gamma di soddisfazioni materiali socialmente permesse e
desiderabili, si manifestavano infatti in primo luogo proprio in quelle figure sociali - i lavoratori
industriali - che storicamente avevano impersonato la razionalit della protesta e che ora apparivano
integrati nel sistema delle concessioni e delle ricompense dello Stato sociale. Se da un lato i
soggetti tradizionali della rivoluzione sembravano averne perso il bisogno vitale - cui corrispondeva
una tendenziale integrazione dei partiti politici comunisti e dei sindacati ai meccanismi della
democrazia parlamentare -dall'altro anche i soggetti estranei al benessere e ai privilegi del processo
democratico, e quindi non sviati dal sistema - i cosiddetti marginali, il sostrato dei reietti e degli
stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e colori, dei disoccupati e degli inabili21 -
risultavano anch'essi incapaci di rivoluzione, perch minoritari e sganciati dal cuore della
produzione capitalistica. Se infatti il loro rifiuto a prendere parte ad un gioco truccato sembrava
indicare l'inizio della fine di un periodo, le loro pratiche di movimento rimanevano frammenti che
non si congiungono. Nell'impossibilit di rintracciare una prassi unitaria capace di rivoluzione,
anche in questo caso le istanze di liberazione finivano per essere conservate filosoficamente,
nell'attesa di una catastrofe capace di smuovere quella insopportabile situazione di stallo.
3.1. La fine di quel periodo, che nell'Uomo a una dimensione Marcuse riusciva soltanto ad
intravedere, arriva con il Sessantotto. Prima di quell'evento, ad esempio, la protesta dei movimenti
giovanili restava per Marcuse segnata dalla futilit, dall'impossibilit di rompere il velo
ideologico e materiale della societ ad una dimensione. Come spiega egli stesso nel saggio del 1967 su
Protesta e futilit qui pubblicato, il carattere indubbiamente progressivo di quelle proteste si
scontrava infatti con l'intrinseca debolezza, isolamento, mancanza di organizzazione del
movimento che, incapace di trovare un proprio linguaggio, di trasmettere i propri contenuti, sfociava
nella ripetitivit emotiva della protesta e delle manifestazioni22. Non molto diversa era la condizione
dei movimenti di liberazione nazionale. Nei fronti nazionali di liberazione egli vedeva coincidere sia il
fattore oggettivo (la base umana della produzione), sia quello soggettivo (la coscienza politica)
della rivoluzione. L'irruzione delle lotte di liberazione nazionale aveva cos cambiato tanto la geografia
della rivoluzione, che si spostava anche verso la periferia del sistema, quanto il soggetto storico, che
riconosceva ora anche la centralit politica dei contadini. Da questo punto di vista, l'innovazione
concettuale che tende ad attribuire una parte delle funzioni del proletariato metropolitano al proletariato
dei paesi neocoloniali poteva essere considerata per lui come un corretto sviluppo del marxismo23.
Dell'ipotesi terzomondista mancava per in Marcuse il presupposto fondamentale24: il concetto di
Terzo Mondo, l'idea che le diverse realt del Sud del mondo fossero state rese omogenee dalle stesse
dinamiche capitalistiche, che portano alla creazione di un centro ricco, l'Occidente, e di una periferia
che ne subisce lo sfruttamento imperialistico e le sue logiche coloniali. Come spiegher qualche anno
pi tardi, a suo avviso lo spazio capitalistico del secondo dopoguerra militava infatti contro una
divisione meccanicistica del mondo ed aveva dato vita ad un contesto politico in cui la divisione
tripartita delle forze storiche ha attraversato la divisione nel Primo, Secondo e Terzo Mondo25.
Cos, sebbene costituissero la minaccia pi grave all'attuale sistema mondiale del capitalismo e, per
molti versi, potessero essere considerati come il nuovo proletariato, anche i movimenti di liberazione
nazionale non rappresentavano una forza rivoluzionaria sufficiente a rovesciare il sistema del tardo
capitalismo. Solo la convergenza tra il potenziale in via di formazione dei centri metropolitani e
quello che si manifesta nel cosiddetto Terzo Mondo avrebbe quindi potuto tradurre in realt questa
speranza di liberazione dal giogo coloniale.
3.2. Il Sessantotto parigino segna cos per Marcuse un vero e proprio punto di svolta, che
consente anche di riconsiderare retrospettivamente il significato delle lotte dei movimenti americani
degli anni Sessanta. Quella che era la debolezza politica dei movimenti - le radici istintuali della
protesta - diventa ora la sua principale caratteristica eversiva. L'attivit contestatrice dei movimenti 
una rivolta delle pulsioni di vita contro l'estensione del controllo capitalistico in tutte le sfere
dell'esistenza umana26, la politicizzazione della potenza dell'eros, la trasformazione della sua
ontologica eccedenza in una prassi, in un fattore politico che estende le contraddizioni sociali oltre i
confini tradizionali del lavoro. Nella lettura di Marcuse il Sessantotto assume cos tratti che oggi
definiremmo biopolitici: Il diffondersi della guerriglia al culmine del secolo della tecnologia -
scriveva del resto gi Marcuse nella Prefazione politica del 1966 a Eros e civilt -  un avvenimento
che ha valore di simbolo: l'energia del corpo umano si ribella contro una repressione intollerabile e si
getta contro gli strumenti di repressione27. Nel Sessantotto appare evidente il carattere fortemente
sensuale, corporeo della protesta; esso  l'espressione di una sensibilit che vede, ascolta, odora,
assaggia e tocca l'ingiustizia, lo sfruttamento, la bruttezza, l'imbroglio e la stupidit della societ
esistente28; il tentativo di estrapolare la vita dal suo destino regressivo e di renderla degna di essere
vissuta.
Quegli eventi sono cos la sollevazione di un nuovo spettro che  riuscito a sfondare la
minacciosa omogeneit tipica dell'ordine bipolare del secondo dopoguerra e che ossessiona non
solo la borghesia ma anche tutte le burocrazie sfruttatrici29. Ai tempi di L'uomo a una dimensione
Marcuse aveva sottolineato come la societ industriale avanzata avesse dato vita ad una realt storica
che unisce capitalismo e comunismo, aree ultrasviluppate e aree sottosviluppate, culture tecnologiche e
culture pretecnologiche, la societ affluente e la societ miserabile, in un'unica struttura storica
globale30; una realt che aveva radicalmente mutato la forma classica dell'imperialismo31. Le due
potenze mondiali in conflitto erano infatti reciprocamente necessarie e servivano entrambe a perpetuare
l'asservimento e il dominio, favorendo l'integrazione sociale all'interno dell'ordine costituito. Una
guerra tra di loro era dunque improbabile. La competizione fra i due blocchi politici era in ultima
analisi una simulazione di conflitto con cui si esercitava il controllo e il disciplinamento su scala
planetaria. Capitalismo americano e comunismo sovietico non erano dunque due competitori
alternativi, ma due teste di un unico mostro con cui il capitale esercitava il suo comando politico al
livello del mercato mondiale e controllava le spinte eversive.
Il Sessantotto  riuscito a sfondare dall'interno quella struttura storica, inaugurando un nuovo
spazio politico globale contrassegnato dal desiderio di liberazione dei movimenti sociali dalle gabbie di
quella struttura storica a due teste. Per questo motivo , come recita il titolo del saggio che d il nome a
questo volume, Oltre l'uomo a una dimensione-, esso ha infatti prodotto una rottura con il continuum
stabilito del progresso quantitativo,  l'apertura della societ a una dimensione, l'annuncio di un
salto qualitativo verso uno stile di vita sostanzialmente diverso e l'emergenza di una nuova
moralit, nuove relazioni tra i sessi e le generazioni, nuove relazioni tra uomo e natura. Nelle barricate
a suon di jazz del maggio francese, nelle occupazioni della Columbia e di Berkeley per la difesa di un
parco pubblico, si poteva infatti scorgere una vera trasformazione dei valori, che colpiva
integralmente la cultura costituita, materiale e intellettuale e i fondamenti stessi del principio di
prestazione comune a entrambe le forme di assoggettamento tipiche dell'equilibrio bipolare32.
3.3. A questa apertura della societ a una dimensione corrisponde tuttavia quasi
immediatamente una riorganizzazione capitalistica altrettanto potente con cui la societ costituita prova
a contenere e a mettere a profitto la portata eversiva della protesta globale, prevenendo cos il
rischio della prima vera rivoluzione storico-mondiale33. E' in sostanza l'ingresso nell'era del
neoliberismo che per, significativamente, Marcuse descrive in termini difensivi, come risposta a sfida,
come reazione all'emergenza della globalizzazione dell'opposizione rivoluzionaria34. Nel saggio
su II destino storico della democrazia borghese qui pubblicato, che sviluppa e chiarisce le tesi esposte
nel libro del 1972 su Controrivoluzione e rivolta, le origini di questa controrivoluzione preventiva
vengono rintracciate nella rielezione di Nixon alla presidenza degli Stati Uniti alla fine del 1972. Le
sua visite ufficiali a Pechino e Mosca, pochi mesi prima della sua rielezione, segnano infatti per lui la
fine della politica della guerra fredda e del suo mito della cospirazione comunista internazionale, a cui
 seguita poi una vasta opera di riorganizzazione economica che ha aperto l'Unione Sovietica e, in
misura ridotta, la Cina alla finanza e alle multinazionali statunitensi. Da quel momento, sotto
l'egemonia americana, il mercato mondiale  stato progressivamente privato delle rigidit e delle
barriere che ostacolavano la libera circolazione dei capitali35.
Alla liberalizzazione dei mercati si affianca anche una riorganizzazione interna delle
democrazie occidentali, che ha nello scandalo Watergate il suo sintomo principale: presentato come un
evento straordinario di corruzione, particolarmente deplorevole per la sua violazione dei pi elementari
diritti costituzionali, quello scandalo era invece la forma politica estrema del normale stato di cose36,
in cui il governo  ormai immune alla legge, ed  lo stesso sviluppo economico a richiederlo perch il
rule of law e la morale della legalit, fondati sulla relativa uguaglianza tra i competitori e sui loro
interessi comuni, sono diventati un ostacolo al business as usual. Quello scandalo metteva cos in
mostra uno stadio di perfezionamento della tendenza (gi rilevata ai tempi del nazismo) della classe
dominante a trasformarsi in una vasta rete (o catena) di rackets, cricche e gangs, sufficientemente
potente per aggirare o violare la legge, quando questa non  concepita o interpretata in suo favore.
Perso ogni pudore ideologico, la democrazia borghese assume ora le forme di un bonapartismo senza
Bonaparte, dove il sostegno popolare alla politica conservatrice del governo  garantito da una struttura
reticolare che diffonde e fomenta il carattere sadomasochistico della gente37. Parte integrante di
questa nuova politica delle masse  anche la dottrina dell'imparzialit, la nostra attuale par
condicio, rivendicata a gran voce dagli ambienti liberal statunitensi come freno alla strapotenza del
governo e che invece per Marcuse rappresenta solo uno nuovo stadio di sofisticazione di quella
tolleranza repressiva tipica delle democrazie liberali tardocapitalistiche che, dal piano parlamentare,
si sposta ora a quello mediatico-spettacolare, determinando un'ulteriore chiusura dell'universo politico
e degli spazi di circolazione del pensiero critico38.
3.4. Per Marcuse, anche in precedenza il capitale aveva messo in campo strategie preventive di
neutralizzazione del dissenso radicale. Al tempo dei fascismi queste si erano articolate nella
liquidazione di un'intera generazione di rappresentanti rivoluzionari della classe operaia, nella
delega della sovranit economica all'apparato statale per restaurare e favorire l'espansione del grande
capitale, e nella trasformazione delle classi espropriate in masse uniformate che venivano sollecitate a
considerarsi privilegiate rispetto al sacrificio di gruppi stranieri o marginali. Con la costruzione
dell'ordine bipolare del secondo dopoguerra, la controrivoluzione preventiva si era poi espressa nella
riorganizzazione internazionale del capitalismo sotto l'egemonia americana, nella spartizione, forzata o
indotta, del mondo nella sfera statunitense o sovietica e nella messa a punto di nuove e sofisticate
strategie integrative che rendevano provvisoriamente inutile l'impiego del terrore39. Dopo
l'apertura della societ ad una dimensione, la controrivoluzione preventiva si manifesta
principalmente nella progressiva indeterminazione dei confini tra polizia e guerra, in quel divenire
poliziesco del militare e divenire militare della polizia emerso in seguito come una delle strategie
privilegiate di governo dell'eccedenza al tempo della globalizzazione40.
Il laboratorio politico di questa nuova era di repressione  stata la guerra nel Vietnam. Scopo
di quella guerra non era infatti per Marcuse il bisogno imperialistico di trovare uno sbocco ai capitali
statunitensi o lo sfruttamento delle risorse locali. Le ragioni risiedevano piuttosto nel pericolo di una
sovversione della gerarchia costituita di servo e signore41. Il ricorso preventivo alla guerra come
misura di sicurezza, come azione di difesa dell'ordine costituito dallo spettro del comunismo, era
riconosciuto dallo stesso establishment americano. La Containment policy non era tuttavia rivolta,
come lasciava credere la propaganda ufficiale, contro la minaccia sovietica, ma contro il pericolo,
evocato dal Che e fatto proprio anche dal movimento studentesco, della diffusione nel pianeta di due,
tre, molti Vietnam nei centri e nelle periferie del sistema42, di un effetto domino che l'eventuale
vittoria del popolo vietnamita avrebbe potuto provocare negli altri focolai di dissenso diffusi nel
pianeta. Il Vietnam era quindi la manifestazione logica di un nuovo regime post-imperialistico che
operava come risposta sistemica alle pulsione eversive, come capacit di rimuovere continuamente le
crisi e risolvere i conflitti interni e esterni43. Il caso di Angela Davis - studentessa prediletta di
Marcuse fin dai tempi della Brandeis University, prima espulsa dall'Universit della California perch
iscritta al partito comunista e poi reclusa ingiustamente perch accusata di avere partecipato alla fuga
armata di un militante afro-americano dalle prigioni di Stato44 - era il simbolo interno di questo
nuovo maccartismo. In quanto nera, militante, comunista, estremamente intelligente, e pure bella,
la Davis racchiudeva infatti in un'unica persona le diverse anime del radicalismo politico americano45.
La crescente emarginazione, repressione, reclusione e violenza poliziesca si accompagna per
anche a nuove strategie di cooptazione e integrazione nel sistema. Gli effetti principali si manifestano
in questo caso proprio in quei soggetti e in quei gruppi che, prima del Sessantotto, avevano espresso
meglio di ogni altro la rivoluzione dei valori: hippies, yippies e le varie anime della controcultura a
cui dedica l'importante saggio sulla Rivoluzione culturale qui pubblicato. Per Marcuse spetta infatti
principalmente a loro il merito di avere scoperto, o meglio riscoperto, le radici individuali della
liberazione, l'emancipazione dei sensi come base soppressa e trascurata della rivoluzione. La radicale
incapacit di prendere sul serio i dettami della legge e dell'ordine, la risata liberatoria degli Yippies, 
stata infatti un forte antidoto alla pietrificazione del movimento in un altro autoritarismo burocratico
e ha contribuito a strappare il velo ideologico del sistema. Da questo punto di vista, quei movimenti
rappresentavano certamente la negazione determinata della sistematica integrazione culturale nell
'establishment tipico della societ a una dimensione. Le manifestazioni politiche di questa nuova
sensibilit - la forza dei fiori che ridefinisce il senso del potere; la bellicosit erotica nei campi di
protesta; la sensualit dei capelli lunghi, del corpo non insudiciato dalla pulizia della plastica - erano
l'indice della profondit della ribellione, l'espressione di una rottura operata nel continuum della
repressione. Quelle stesse pratiche controculturali erano per sempre al confine con la fuga dalla
realt, tendevano cio fin dall'inizio a deviare energia fisica e mentale dall'arena in cui la lotta
contro la societ esistente verr decisa - l'arena politica46. La loro radicale ricerca e sperimentazione
di nuove forme di vita, non aggressive, intese come estensione dei bisogni e delle facolt individuali,
tendeva infatti ad assorbire le questioni economiche e sociali all'interno di problemi sessuali, estetici,
intellettuali, trasfigurandole sotto forma di insoddisfazioni di tipo individuale, privato. Giocando su
questa ambiguit originaria, l' establishment  riuscito a scindere quell'unione di ribellione morale,
sessuale e politica, evidente soprattutto in gruppi come i diggers e i provos47, e a trasformare la
controcultura in uno stile, in una moda che, per quanto alternativa,  pienamente compatibile con la
macchina produttiva capitalistica. Gi agli inizi degli anni Settanta, la funzione politica degli hippies e
dei drop-outs poteva cos considerarsi finita48, ormai assorbiti dalla cultura dominante e pronti a
trasformarsi in quella risorsa commerciale che  oggi la cultura New Age49.
3.5. In questo contesto, gli interventi di Marcuse sul conflitto arabo-israeliano qui pubblicati
sembrano a prima vista una mera digressione. A differenza degli altri esponenti della Scuola di
Francoforte, Marcuse ha sempre mantenuto un rapporto piuttosto laico con le sue origini ebraiche e
raramente ne ha fatto un tema di discussione politica50. La prima vera occasione di discussione del
conflitto palestinese  avvenuta, su sollecitazione del movimento studentesco tedesco, all'indomani
della Guerra dei sei giorni nel corso delle conferenze tenute a Berlino nel 1967 e confluite poi nel
volume su La fine dell'utopia. In quella circostanza Marcuse non poteva negare il suo imbarazzo, lo
scollamento tra solidariet emotiva e solidariet concettuale provocatogli dal conflitto che Israele
aveva aperto con le popolazioni arabe del Medioriente: Io non posso dimenticare che per secoli gli
ebrei sono stati perseguitati e oppressi, e che non molto tempo fa sei milioni di loro sono stati
annientati. Questo  un fatto. Alla fine gli ebrei hanno trovato una terra in cui non devono pi temere
persecuzioni e oppressione, e io mi identifico con l'obiettivo che hanno raggiunto51. Egli era per
consapevole anche dell'illegittimit della fondazione di Israele come Stato autonomo, avvenuta grazie
ad un accordo internazionale su un suolo straniero e senza tenere in considerazione la popolazione
locale e il suo destino. Un'ingiustizia a cui aveva fatto seguito una politica interna con molti tratti
razzisti e nazionalisti - che proprio noi ebrei dovremmo essere i primi a respingere - e una politica
internazionale troppo passivamente legata a quella statunitense, che mai l'aveva vista esprimere una
posizione di sostegno alle lotte di liberazione nazionale del Terzo Mondo, favorendo per questa via
l'identificazione della causa araba con quella della lotta antimperialista. Ma questa ingiustizia non pu
essere riparata con una seconda ingiustizia. Lo Stato d'Israele esiste, e deve essere trovato un terreno di
incontro e di comprensione con il mondo ostile che lo circonda52. Questo pregiudizio personale lo
portava cos anche a comprendere e giustificare la guerra preventiva di Israele contro l'Egitto, la
Giordania e la Siria a fronte della non disponibilit dei rappresentanti del mondo arabo a dare seguito ai
ripetuti tentativi di accordo compiuti da Israele e delle loro dichiarazioni di volere condurre una guerra
di annientamento contro Israele. Nel complesso, non diversamente da Sartre e dal gruppo di Les
Temps Modernes, la posizione di Marcuse cercava per di mantenersi prudente e equidistante,
limitandosi a mettere in luce gli errori e le contraddizioni di entrambi i fronti e auspicando
utopicamente che Israele e i suoi avversari arabi potessero dare vita ad un fronte comune contro
l'attacco delle potenze imperialiste.
La prospettiva di Marcuse muta agli inizi degli anni Settanta, dopo un invito della Fondazione
Van Leer per una conferenza all'Universit di Gerusalemme, che lo porta a visitare per la prima volta
la Palestina e a confrontarsi anche con intellettuali e militanti arabi. Marcuse si rende adesso conto che
quel conflitto era uscito dalla sfera locale per entrare in quella della diplomazia, diventando parte
integrante delle lotte di liberazione nazionale ed uno dei nodi principali della politica internazionale. La
lotta per la libert di tutti doveva di conseguenza essere iniettata nella lotta per la sicurezza della
nazione53. Piuttosto che rivendicare di avere Dio dalla propria parte, Israele deve riscoprire la
sensibilit tutta politica dell'oppressione provata sotto il nazismo, quando essere ebrei significava
oggettivamente essere di sinistra, la metafora vivente di tutte le forme di oppressione storiche subite
dall'umanit54. La diffusione della libert - ricorda adesso Marcuse -  l'opposto dell'imperialismo
(...) Solo un mondo arabo libero pu coesistere con una libera Israele55. La soluzione ottimale sarebbe
stata la coesistenza di israeliani e palestinesi, ebrei e arabi, all'interno di una federazione socialista
degli stati del Medio Oriente. In una situazione di lotta per la sopravvivenza e con la minaccia
permanente di un conflitto armato, questa speranza di pace necessitava per anche di un programma
politico, che per Marcuse era assolutamente provvisorio, ma che ancora oggi  di difficile attuazione:
la creazione di uno Stato nazionale palestinese a fianco di Israele. Per Marcuse infatti la coesistenza
tra le due popolazioni non potr essere realizzata se una di queste due nazioni viene soppressa
dall'altra. Nella misura in cui la forza politica e militare di Israele risultava nettamente superiore,
spettava a quest'ultima favorire questo processo.
4. Gli scenari con cui si confronta Marcuse in queste pagine sono per oltre l'uomo a una
dimensione anche per un altro motivo. La fine della politica della guerra fredda inaugurata dal
Sessantotto implica infatti anche la fine delle sue categorie interpretative, incluse quelle della sua
critica. Non  cos casuale che per discutere l'attualit e la funzione della teoria critica dopo il
Sessantotto Marcuse ricorra, proprio nel saggio intitolato Oltre l'uomo a una dimensione, ad una sorta
di metafora esistenzialista. Gi all'indomani del secondo conflitto mondiale, con la mente e con il
cuore ancora alla tragedia inspiegabile dell'Olocausto, egli aveva fatto ricorso ad una simile metafora.
In quella circostanza aveva individuato nel Sisifo di Camus l'emblema di un mondo assurdo in cui il
pensiero critico  rigettato su se stesso da una realt che contraddice tutte le promesse e le idee, che
confuta sia il razionalismo che la religione, sia l'idealismo che il materialismo56. Una situazione in cui
la critica restava in bilico tra due capi d'accusa apparentemente contraddittori, trionfo incondizionato o
degradazione della morte, senza riuscire a definire in modo esauriente l'oltraggio etico ed umano
compiuto ad Auschwitz. La coscienza dell'impossibilit di una qualsivoglia riconciliazione e
consolazione - la spietata chiarezza e lucidit dello spirito, che rifiuta tutti i salti e le scappatoie, nella
ferma consapevolezza che la vita deve essere vissuta senza grazia e senza protezione - non voleva
tuttavia sfociare nel pessimismo impolitico della Dialettica dell'illuminismo di Horkheimer e Adorno.
Per Marcuse come per Camus, la disperazione non scalfiva l'ostinazione: essa rimaneva lucida, notte
polare, veglia dello spirito, da cui si lever, forse, quella chiarit bianca e intatta, che delinea ogni
oggetto alla luce dell'intelligenza57.
Dopo il Sessantotto, Marcuse intravede in quella filosofia un forte tono di rassegnazione, per
certi versi anche di riconciliazione con la realt assurda: l' homme rvolt di Camus  incapace di
distinguere tra il suicidio e l'omicidio e, in quest'ultimo caso, tra le diverse circostanze che potrebbero
spingere qualcuno a commetterlo. La sua rivolta, non a caso contrapposta alla rivoluzione,  di
conseguenza interamente negativa; per quanto decadente e nichilista, resta di impianto liberale, volta
cio a ristabilire, con uno slancio esistenziale e morale sempre al limite dell'insolubile
contraddizione, la giusta misura violata58. Quel pensiero meridiano  stato travolto dall'irruzione
dei nuovi movimenti sociali sulla scena politica mondiale. La rivolta contro l'assurda razionalit del
sistema  andata oltre questo esistenzialismo59. Anche i ribelli sperimentano l'assurdit di questa
societ e della sua razionalit, il carattere distruttivo della sua produttivit e il contrasto irrisolvibile tra
il progresso tecnico e il progresso umano. Essi, tuttavia, non si limitano a contemplarla; la loro rivolta,
teorica e pratica, non  un semplice turbamento della societ esistente, ma la sua messa in stato di
accusa, un rifiuto dell'intero. L'assurdo si  trasformato nell 'osceno: Questa societ - si legge ad
esempio nel Saggio sulla liberazione -  oscena perch produce ed espone senza alcuna decenza una
soffocante quantit di merci, privando le sue vittime all'estero del necessario per vivere;  oscena
perch rimpinza e riempie i suoi bidoni di rifiuti mentre avvelena e brucia gli scarsi alimenti dei campi
in cui porta la sua aggressione;  oscena nelle parole e nei sorrisi dei suoi politici e dei suoi idoli; nelle
sue preghiere, nella sua ignoranza e nella saggezza dei suoi pseudointellettuali60. Diversamente dalla
rivolta di Camus, che non riusciva a pensare una moralit che non fosse astratta, immutabile, la
ribellione planetaria dei movimenti esige il trasferimento dei principi morali e della loro validit
dall'ordine stabilito alle forze della sua contestazione. Oscena - infatti - non  la foto di una donna
nuda che mostra il pelo del pube, bens quella di un generale vestito di tutto punto che esibisce le
medaglie della campagna del Vietnam; osceno non  il rituale degli hippies, ma la dichiarazione
dell'alto dignitario della chiesa, secondo cui la guerra  necessaria per mantenere la pace61.
La figura dell'esistenzialismo francese che meglio esprime questa necessit di radicalizzare la
filosofia  ora Sartre, capace di dissociarsi dai suoi primi scritti, dall'assurda libert dell'Essere e il
nulla, quella che potenzialmente resta tale anche rinchiusa dentro un campo di concentramento, e che
dimostra il bisogno vitale che vincola la filosofia alle esigenze dell'esistenza umana oltre l'usuale
protesta astratta e accademica62. Il filosofo rappresentativo del nostro tempo  dunque quello per
cui ribellarsi  giusto63, quello che  riuscito a sciogliere la promessa di una morale della
liberazione e che, nella grande prefazione ai Dannati della terra di Fanon64, fa lo streaptease del
nostro umanesimo, recitando il de profundis per l'ideologia bugiarda e ignava di chi, di fronte allo
sfruttamento coloniale e all'evidenza dell'oppressione, preferisce tirarsi fuori dal gioco, n vittima,
n carnefice, e compiacersi della sua bella figura65.
4.1. I limiti della teoria critica del secondo dopoguerra, che in L'uomo a una dimensione
aveva trovato la sua tarda sintesi, non erano del resto sfuggiti neanche ai settori pi intelligenti e
innovativi del movimento studentesco. E' questo il caso di Hans-Jrgen Krahl, allievo fra i pi brillanti
di Adorno e esponente di spicco del movimento studentesco tedesco, che riconosce a Marcuse di avere
aperto la strada per una teoria della rivoluzione adeguata agli scenari del tardocapitalismo, illustrando
un concetto di liberazione alternativo alle deformazioni sovietiche, una teoria della rivoluzione liberata
da quell'accecamento naturale che non riesce a concepire l'ordine sociale senza sottomettere
nuovamente gli uomini alle condizioni oggettive di una materia violentata. L'uomo a una dimensione
aveva in particolare svelato l'inesorabile processo di autodistruzione dell'individuo borghese che,
sotto un'enorme pressione del principio di prestazione, ha perso la sua capacit di criticare, di
sperimentare, di ricordare e di comprendere e si  ridotto a mera reazione, senza alcuna possibilit
di agire, e ha svelato anche l'identit oggettiva che accomunava le diverse forme di oppressione,
anche nelle metropoli dove, al pi alto livello di soddisfazione dei bisogni, esiste comunque una
specie di imbestiamento dell'uomo. Con questo libro Marcuse aveva quindi dimostrato come,
all'interno della societ tecnologica avanzata, in cui tanti vivono tranquilli senza problemi materiali,
sotto un dominio coperto da infinite manipolazioni e integrazioni, la salvaguardia dell'umanit  data
solo se si combatte radicalmente questa stessa societ. E per questo motivo egli poteva essere
considerato a tutti gli effetti il teorico critico dell'emancipazione66.
Qui per venivano alla luce anche i limiti di questa critica della societ tardo borghese. Marcuse
aveva rivelato come l'unico modo che il capitale ha per impedire al proletariato di creare una propria
solidariet e organizzazione consiste nella repressione dei moti emancipativi. E tuttavia, a
quell'altezza Marcuse non sembrava rendersi conto che la creazione di questo imponente apparato
disciplinare non era stata in grado di sedare definitivamente le spinte proletarie verso l'emancipazione
e aveva generato anche bisogni che andavano oltre il possesso di coltelli e forchette, televisori e
frigoriferi. Non erano in sostanza solo i marginali ad attivarsi, ma anche quei settori della societ
che pi godevano del benessere della societ opulenta. Il movimento studentesco - che infatti,
significativamente, in L'uomo a una dimensione non era ancora riconosciuto come uno dei soggetti che
rifiutano di prendere parte al gioco truccato del tardocapitalismo -  per Krahl la concretizzazione
storica di questi nuovi bisogni; l'esperienza mediata intellettualmente di possibilit straordinarie
impedite da una forma di societ che costringe le masse a vendere forza-lavoro come merce,
continuando cos a vincolarne la coscienza alle forme di soddisfazione dei bisogni elementari.
Marcuse si era quindi posto le giuste domande senza riuscire a fornire le risposte necessarie: se
aveva correttamente rilevato la necessit di pensare la possibilit oggettiva della rivoluzione in un
contesto in cui il sistema di sfruttamento funziona senza attriti; se, si chiedeva come fosse possibile
sviluppare il bisogno di emancipazione in una societ che assicura la soddisfazione repressiva dei
bisogni elementari, non era riuscito per a sviluppare un principio politico di realt, ovverosia
regole tattiche, massime strategiche e imperativi organizzativi adeguati alla situazione. La sua teoria
critica restava impelagata nella critica del fascismo, rischiando cos di regredire ad una storiografia
borghese: se la critica del fascismo le aveva consentito di comprendere e svelare l'ermetico carattere
coercitivo delle societ classiste altamente industrializzate, al tempo stesso aveva impedito che i
mutamenti di struttura della classe operaia si inserissero come elemento costitutivo della sua teoria. Il
suo riferimento all'azione rivoluzionaria assumeva cos i contorni della decisione etico-soggettiva
senza pervenire ad un confronto serrato con i processi di costituzione della soggettivit antagonistica. Il
Gran Rifiuto con cui si chiude L'uomo a una dimensione rimaneva astratto, non riusciva ad andare
oltre la dimostrazione teorica del puro principio di emancipazione e la sua concreta messa in opera.
L'analisi non era quindi capace di formulare i criteri per una Realpolitik rivoluzionaria, di produrre
una concezione organizzativa sia dei movimenti studenteschi di protesta, sia delle analisi proprie di
una teoria delle classi. Senza saperlo, anche Marcuse rischiava quindi di ricadere nella tradizione
di una lotta di classe lacerata. In questo senso egli condivideva con Adorno, Habermas e gli altri
francofortesi la miseria della teoria critica67.
4.2. Il successo e la diffusione di L'uomo a una dimensione tra il movimento studentesco non
deve dunque fuorviare. Quel libro era ancora troppo ancorato agli schemi (socialdemocratici o
sovietici) del marxismo d'inizio secolo, che stabilivano un'identificazione immediata tra le lotte del
movimento operaio e le sue organizzazioni classiche, partito e sindacato di massa. Sebbene cercasse di
demolirne gli esiti antrivoluzionari, la prestazione di Marcuse restava intellettualmente subordinata a
quest'opzione politica. Paradossalmente, il timore ortodosso di negare la soggettivit rivoluzionaria
del proletariato industriale tradizionale, l'incapacit di pensare realmente questa soggettivit oltre le
sue forme tradizionali di rappresentazione politica, impediva a Marcuse di cogliere fino in fondo la
novit delle trasformazioni che lui stesso aveva illustrato. La politica conciliativa dei sindacati di massa
diventava, cos, inevitabilmente, l'integrazione del proletariato.
Lo stesso Marcuse ha collocato in quest'ottica ridimensionata la sua influenza sul movimento
studentesco in alcune interviste degli anni Settanta in cui sosteneva la piena autonomia e soggettivit di
un movimento che proprio contro i padri, politici e culturali, si ribellava, e di cui egli si sentiva parte
integrante anzich sua autorit morale esterna. Non sono stato - ribadiva ad esempio in un'intervista
alla Bbc - il mentore delle attivit studentesche degli anni Sessanta e degli inizi degli anni Settanta. Io
avevo soltanto formulato e articolato alcune idee e obiettivi che erano nell'aria a quel tempo. Questo 
tutto. La generazione studentesca che divenne attiva in quegli anni non aveva bisogno di un padre, o di
un nonno, per spingerli alla protesta contro una societ che quotidianamente rivelava la sua
ineguaglianza, ingiustizia, crudelt e distruttivit generale. Potevano sperimentarla da soli - la
vedevano con i loro occhi68.
Come il mitologo di Roland Barthes, L'uomo a una dimensione ha fornito al movimento
studentesco il neologismo capace di smitizzare e di denaturalizzare l'ideologia della societ
contemporanea69. La sua riflessione cominciava per proprio l dove Marcuse si era arrestato,
dall'indagine degli effetti sulla composizione della classe operaia della sussunzione reale del lavoro al
capitale al tempo del capitale monopolistico, dall'irruzione della scienza e della tecnologia quale forza
primaria del processo produttivo. Anche per Krahl, infatti, l'applicazione della tecnica e della scienza
al processo produttivo ha raggiunto uno stadio di sviluppo tale da minacciare di far saltare il sistema.
Il progresso tecnico-scientifico ha, in altri termini, indotto una socializzazione del lavoro produttivo
che non tollera pi la forma di oggettivazione imposta al lavoro stesso dal capitale. La teoria critica
deve quindi riscoprire il lato negatorio del lavoro, quello che distrugge capitale, che ne determina
una negazione soggettiva. Se si tenesse in considerazione questa dimensione sovversiva del lavoro, ci si
troverebbe infatti di fronte ad una classe rivoluzionaria potenzialmente molto pi ampia di quella
riconosciuta dalla teoria classica della rivoluzione, alla quale apparterrebbero anche tutti coloro che
collaborano alla produzione di eticit໻. Per Krahl, infatti, la traduzione tecnologica della scienza in
un sistema di macchine e la tendenza all'automazione hanno determinato una modificazione nella
sussunzione reale del lavoro che ha effetti decisivi per la teoria delle classi: poich i portatori
dell'applicabilit tecnica della scienza al processo produttivo, i lavoratori intellettuali, sono ormai
integrati nel lavoratore produttivo complessivo, non  pi ammissibile che le strategie
socialrivoluzionarie continuino a riferirsi in modo quasi esclusivo al proletariato industriale. Nel
nuovo contesto determinato dalla progressiva socializzazione del capitale, il proletariato industriale
tende infatti a perdere le sue caratteristiche di rappresentante della totalit del lavoro produttivo, e
diventa invece un momento del processo lavorativo complessivo al pari delle nuove forme
intellettuali del lavoro. Incorporato nel processo di valorizzazione del capitale, il lavoro intellettuale 
quindi affetto dalle stesse contraddizioni che contraddistinguono le diverse personificazioni del lavoro
produttivo: esso viene cio progressivamente incorporato nel processo materiale di produzione
capitalistica, ma, in quanto lavoro reale, contiene anche momenti di negazione determinata del
capitale. La distruzione della coscienza culturale tradizionale, infatti, apre la strada a processi di
riflessione proletari che rendono possibile anche ai produttori scientifici di riconoscere nei prodotti
del loro lavoro il potere oggettuale ed ostile del capitale e, in se stessi, degli sfruttati. Il lavoro
intellettuale assume quindi una nuova dignit nella lotta di classe. Ad esso bisogna riferirsi come ad
un autentico processo di formazione organizzata e collettiva all'interno della costituzione di una
coscienza di classe proletaria e dell'organizzazione di una classe politica. Ci vale anche per gli
studenti perch le contraddizioni del lavoro produttivo sono penetrate anche nell'universit, questa
grande officina70. Solo sul finire della sua vita, dopo un decennale confronto con il movimento
studentesco e commentando le riflessioni di Rudolph Barho su L'alternativa nell'Est europeo, Marcuse
arriver a simili conclusioni con il concetto di soggettivit ribelle del lavoro immateriale71.
4.3. Il rapporto tra Marcuse e il movimento studentesco andrebbe quindi per molti versi
capovolto, riconoscendo il profondo e positivo debito che il mentore ha contratto dalle nuove
generazioni della protesta e la sfida che quel rapporto ha rappresentato per la teoria critica. Ci
appare evidente nell'amicizia decennale con Rudi Dutschke, il leader del movimento studentesco a
Berlino, conosciuto da Marcuse alla fine del 1967 e che contribuir in maniera decisiva a
riconciliarlo con la Germania, dopo la lacerazione e la separazione non solo geografica prodotta dal
nazismo. E' dal suo giovane amico infatti che Marcuse recupera la maggior parte degli elementi
teorici e organizzativi della sua tarda teoria politica. Basti qui ricordare a titolo esemplificativo il
concetto di lunga marcia attraverso le istituzioni con cui Marcuse sintetizza il programma politico
dei movimenti nell'era della controrivoluzione preventiva, la cui assunzione resta per alquanto
problematica negli schemi tradizionali della teoria critica. Per Dutschke, quel programma era la
riformulazione e lo sviluppo della teoria politica della prassi extraparlamentare del movimento
studentesco che lo stesso Marcuse aveva contribuito a delineare con il suo saggio del 1965 sulla
Tolleranza repressiva72. Il punto di partenza era la consapevolezza dell'assenza di un cuore dello
Stato e la necessit quindi di mettere in campo una nuova forma di organizzazione che si colloca al
di l dell'organizzazione di partito, formata da centrali decentralizzate. La pluralit sociale e le
esigenze di libert del movimento rendevano infatti al tempo stesso impraticabile e inaccettabile la
ricomposizione unitaria e centralizzata della pratica sovversiva, cos come una sostituzione lineare del
vecchio apparato statale con un nuovo apparato. Non esisteva pi un unico anello da spezzare, ma
una pluralit di anelli da scuotere. Quella consapevolezza imponeva cos di ricalibrare la tattica politica
della provocazione con cui il movimento studentesco aveva messo in movimento tendenze di
democratizzazione in uno degli anelli pi deboli del sistema tardocapitalistico, l'Universit, e il
passaggio ad una sorta di decentramento organizzativo, sparso e in larga misura spontaneo, che
agisce simultaneamente in posti diversi e per contagio, pi difficile da distruggere da parte
dell'apparato repressivo e meglio capace di esprimere la pluralit connaturata alle diverse pratiche di
disgregazione del sistema. Il rifiuto organizzato doveva in altri termini articolarsi in un lungo
processo decentrato e pluralistico che non mirava pi alla presa del potere politico, ma al crollo
tendenziale degli apparati costituiti e alla crescita della nuova societ nel guscio della vecchia,
attraverso la costruzione di controistituzioni (dalla stampa libera ai meeting alternativi e le libere
universit) capaci di rompere il monopolio comunicativo ed educativo dell'apparato repressivo, ma
anche attraverso l'uso sovversivo delle istituzioni esistenti73.
Anche per Marcuse, la lunga marcia attraverso le istituzioni  il nucleo di un nuovo modello
di prassi radicale che alla presa del potere sostituisce un processo generico, diffuso, non organizzato,
di disgregazione. Essa fornisce il quadro organizzativo del rifiuto del principio di prestazione e si
manifesta nel disimpegno metodico dall'establishment, nella dissoluzione della fibra morale che
sorregge la societ opulenta, nel collasso della disciplina del lavoro, in una diffusa disobbedienza alla
norme e ai regolamenti, in scioperi a gatto selvaggio, in boicottaggi, sabotaggi, in azioni gratuite di non
collaborazione74. La lunga marcia fornisce cos un contenuto nuovo alla rivoluzione dal basso
dell'esperienza consiliare: essa  sovversione di base e si articola in attivit politiche di lungo
periodo, spesso carsiche e a livello locale, nei quartieri e nelle communities, dove pi facilmente si pu
mostrare l'impatto delle dinamiche capitalistiche sulla vita quotidiana delle persone. Un'attivit da
intendersi alla maniera del primo movimento studentesco come azioni dirette, esterne cio alle
dinamiche parlamentari o sindacali tradizionali, con cui si cerca di aprire un canale di comunicazione
reale con la maggioranza silenziosa e di indebolire progressivamente la solidit della societ
repressiva e la sua struttura sadomasochistica. Essa  quindi contro-educazione, che non significa
per rinuncia al conflitto sociale, perch  permanentemente orientata all'azione75. L'assunzione
convinta di questo nuovo modello non risolve tuttavia l'imbarazzo di Marcuse per una pratica che
rompe con la tradizione rivoluzionaria marxista su cui si era formato. Un imbarazzo che tende a fare
avvitare su se stessa la teoria critica che, se da un lato ammette che questa rivoluzione culturale ha
dato un contenuto nuovo alla rivoluzione dal basso, al punto da assorbire la rivoluzione politica,
dall'altro  naturalmente portata a descriverla solo come rivolta o ribellione che deve preparare il
terreno per la futura rivoluzione socialista76. E cos, sul finire degli anni Settanta, dieci anni dopo la
rivolta delle pulsioni di vita del Sessantotto che aveva aperto la societ a una dimensione, questo
programma politico assume un carattere esplicitamente difensivo, palliativo, di fronte all'evidenza
della forza e della efficacia della controrivoluzione del capitale e nella speranza di una nuova scossa
politica. Palliativo ma non per questo futile: come spiega pochi mesi prima della sua morte, dialogando
con la Sozialistische Hochschulinitiative, una nuova generazione di studenti in movimento in crisi di
identit di fronte alla disgregazione delle forze della sinistra e alla forza cooptativa del sistema
capitalistico e dei suoi valori di competitivit e consumismo, la formazione di una soggettivit
rivoluzionaria  un processo in continua trasformazione, che in momenti storici particolari assume delle
accelerazioni, ma che anche nei momenti cattivi  in movimento e incide sulle modalit di
organizzazione della societ77.
5. L'identificazione di Marcuse con i movimenti  quindi tutt'altro che esente da difficolt,
contraddizioni, cortocircuiti. I testi qui pubblicati ne sono l'espressione pi evidente. Pi che il frutto di
una teoria compiuta e definita, di un paradigma, essi appaiono come un cantiere aperto,
sconfinamenti oltre i limiti della teoria critica e repentini ritorni alle origini. E' in questo contesto di
forzatura e sconfinamenti che va collocato anche il dialogo con Adorno sul movimento studentesco
documentato nel carteggio del 1969 pubblicato in appendice a questo volume insieme a quello con
Rudi Dutschke. La posizione di Adorno non  infatti molto diversa dalle tesi marcusiane sulla futilit
delle pratiche dei movimenti prima del Sessantotto. E infatti, mentre ricorda all'amico francofortese
che per il movimento la prassi  preclusa e che il suo cieco primato dell'azione sobilla il non
diminuito potenziale fascista della societ contemporanea, Adorno rifiuta categoricamente di aderire
alla Spd, la socialdemocrazia tedesca rimasta fedele a se stessa dal 1914 nel rinnegare le sue origini
anticapitalistiche, e risponde polemicamente a Gnther Grass che lo accusa di farsi fare le scarpe da
Krahl, ricordandogli che gli studenti militanti hanno preso il posto degli ebrei sulla piattaforma della
reazione tedesca78. Le differenze tra i due fran-cofortesi non sono, come lascia intendere Adorno, solo
il frutto di una diversa valutazione del rapporto tra teoria e prassi o della violenza nelle pratiche di
opposizione79, a cui comunque Marcuse dedicava in quegli anni pagine mirabili che, senza equiparare
il contadino vietnamita che spara al landlord che lo ha torturato e sfruttato per decenni (...) al landlord
che uccide gli schiavi ribelli, non lasciavano spazio alle scorciatoie terroristiche80. Le differenze
risiedono invece nella disponibilit di Marcuse a lasciarsi contaminare dai movimenti e dalle loro
pratiche eterodosse, anche al rischio del parricidio.
Relevance to reality. questo slogan del movimento contro lestablishement accademico  per
Marcuse il pilastro imprescindibile di ogni teoria critica che, se non vuole trasformarsi in mero
esercizio intellettuale e vuole continuare ad essere pubblica, deve sempre farsi vivificare dalla realt
e da quei soggetti che, di volta in volta, rifiutano un destino di subalternit81. Proprio nella loro irrisolta
problematicit sta cos, in ultima analisi, l'attualit dei contributi raccolti in questo volume. Anche oggi
infatti le istanze di liberazione dei movimenti soggettivi si sviluppano dentro un campo di tensione tra
pratiche e obiettivi che segnano una profonda discontinuit con la tradizione politica del Novecento e
schemi di pensiero che a quella tradizione restano ancora irrimediabilmente legati. Come agli studenti
della Sozialistische Hochschulinitiative, Marcuse ci invita ad immergersi senza remore nella novit, a
battere piste inesplorate, magari rischiose, ma necessarie per dare corpo e anima a quel sogno di libert
e di emancipazione alla cui realizzazione egli ha dedicato tutta la vita.
Raffaele Laudani
Bologna, Marzo 2005
NOTE
1 Herbert's Hippopotamus: Marcuse in Paradise (1996), documentario diretto da Paul
Alexander Juutilainen, ora disponibile anche in streaming video sul sito
http://www.gseis.ucla.edu/faculty/kellner/Illumina%20Folder/marc.htm.
2 Cfr. B. Katz, Herbert Marcuse and the Art of Liberation. An Intellectual Biography,
London, Verso, 1982, pp. 23-34.
3 Infra, p. 86.
4 H. Marcuse, L'ontologia di Hegel e la fondazione di una teoria della storicit (1932),
Firenze, La Nuova Italia, 1969.
5 Id., Sul problema della dialettica, I, (1930), in Fenomenologia ontologico-esistenziale e
dialettica materialistica. Tre studi 1928-1936, a c. di G. Casarico, Milano, Unicopli, 1980, p. 49.
6 T.W. Adorno, Recensione a H. Marcuse, Hegels Ontologie und die Grundlegung einer
Theorie der Geschchtlichkeit, Frankfurt a. M., Klostermann, 1932, in Zeitschrift fr Sozialforschung,
2, 1932, pp. 409-410.
7I pi importanti sono raccolti in H. Marcuse, Marxismo e rivoluzione. Studi 1929-1932, a c. di
G.E. Rusconi, Torino, Einaudi, 1975.
8 H. Marcuse, Nuove fonti per la fondazione del materialismo storico (1932), in Marxismo e
rivoluzione, cit., pp. 63-116.
9 K. Marx, Manoscritti economico filosofici del 1844, Torino, Einaudi, 1968, pp. 77.
10 H. Marcuse, Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica
(1933), in H. Marcuse, Cultura e societ, Torino, Einaudi, 1969, pp. 147-187.
11 H. Marcuse, Materialistiche Logik (1939), pp. 14-15, dattiloscritto inedito, ritrovato nel
Marcuse Archiv (HMA 0113.00) che sar incluso nel quinto volume di questa edizione critica.
12 H. Marcuse, Eros e civilt (1955), Torino, Einaudi, 1964.
13 F. Nietzsche, La nascita della tragedia (1872), Milano, Longanesi, 1976, p. 115.
14 H. Marcuse, Eros e civilt, cit., p. 153.
15 Ivi, p. 217.
16 H. Marcuse, L'uomo a una dimensione. L'ideologia della societ industriale avanzata
(1964), Torino, Einaudi, 1967.
17 Id., Davanti al nazismo. Scritti di teoria critica 1940-1948, a c. di C. Galli e R. Laudani,
Roma-Bari, Laterza, 2001.
18 Id., Soviet Marxism (1958), Parma, Guanda, 1968.
19 Id., Davanti al nazismo, cit., p. 32.
20 V. Packard, I persuasori occulti (1957), Torino, Einaudi, 1989.
21 Id., L'uomo a una dimensione, cit., p. 265.
22 Infra, pp. 71-74.
23 H. Marcuse, La fine dell'utopia (1967), Bari, Laterza, 1968, pp. 53-54.
24 Sul terzomondismo, cfr. S. Amin, La vocazione terzomondista del marxismo, in Storia del
marxismo, vol. IV, Torino, Einaudi, 1982, pp. 276-303.
25 H. Marcuse, Re-examination of the concept of revolution, in New Left Review, 56, 1969,
pp. 27-34.
26 Id., Die Revolte der Lebenstriebe, in Psychologie heute, 9, 1979, ora in Frankfurter
Schule und Studentbewegung, vol. II, Hamburg, Zweitausendeins, 1998, pp. 834-836.
27 Id., Eros e civilt, cit., p. 40.
28 H. Marcuse, Saggio sulla liberazione (1969), Torino, Einaudi, 1969, p. 34.
29 Ivi, pp. 32-36.
30 Id., The Problem of Social Change in the Technological Society (1961), ora in H. Marcuse,
Towards a Critical Theory of Society, ed. by D. Kellner, London-New York, Routledge, 2001, p. 39
(corsivo mio).
31 Id., Le prospettive del socialismo nella societ ad alto sviluppo industriale (1965), in
Problemi del socialismo, 1, 1965, p. 14.
32 Infra, pp. 265-272.
33 H. Marcuse, Controrivoluzione e rivolta (1972), Milano, Mondadori, 1973, p. 9.
34 L'espressione globalizzazione dell'opposizione rivoluzionaria  citata tra virgolette,
come appartenente a Marcuse, da R. Dutschke in La lezione del Vietnam, in Dutschke a Praga, Bari,
De Donato, 1968, p. 29.
35 Infra, p. 191.
36 Infra, p. 219.
37 Infra, pp. 194-199.
38 Infra, pp. 223-236.
39 H. Marcuse, Teoria e pratica (1974), Milano, Shakespeare and Company, 1975, pp. 45-47.
40 A. De Giorgi, Il governo dell'eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine,
Verona, Ombre corte, 2002.
41 H. Marcuse, The Individuai in the Great Society (1966), in Towards a Critical Theory of
Society, cit., p. 77.
42 E. Che Guevara, Creare due, tre, molti Vietnam, in Opere Scelte, 2 voll., Milano, Baldini
& Castoldi, 1999, vol. 2, pp. 582-597. Ma cfr. anche R. Dutschke, La lezione del Vietnam, cit., pp.
22-32.
43 Infra, pp. 50-55.
44 A.Y. Davis, Autobiografia di una rivoluzionaria, Milano, Garzanti, 1975.
45 Infra, p. 243.
46 Infra, p. 174.
47 H. Marcuse, La liberazione dalla societ opulenta (1968), in Dialettica della liberazione.
Integrazione e rifiuto della societ opulenta, a c. di D. Cooper, Torino, Einaudi, 1969, p. 191.
48 H. Marcuse, USA: Organisationfrage und revolutionres Subjekt (1970), in H. Marcuse,
Zeit-Messungen, Frankfurt a.M., Surhkamp, 1975, cit., p. 64.
49 Sulla New Age, si vedano M. Lacroix, L'ideologia della New Age, Milano, Il Saggiatore,
1998 e G. Filoramo, Millenarismo e New Age. Apocalisse e religiosit alternativa, Bari, Dedalo, 1999.
50 Sulle differenze in seno alla Scuola di Francoforte rispetto all'ebraismo e all'antisemitismo,
rimando alla mia Postfazione a H. Marcuse, Davanti al nazismo, cit., spec. pp. 157-160.
51 H. Marcuse, La fine dell'utopia, Bari, Laterza, 1968, p. 164.
52 Ivi, p. 166.
53 Infra, p. 184.
54 An Interview with Herbert Marcuse, in L'Chayim, vol. IV, n 2, inv. 1977, pp. 11-12.
55 Infra, p. 184.
56H. Marcuse, Esistenzialismo. Note su L'essere e il nulla di )ean-Paul Sartre (1948), in
Cultura e societ, cit., p. 189.
57 A. Camus, Il mito di Sisifo (1942), Milano, Bompiani, 2000, p. 93.
58 Id., L'uomo in rivolta. La ribellione come moralit (1951), Milano, Bompiani, 1998.
59 Infra, p. 101.
60 H. Marcuse, Saggio sulla liberazione, cit., p. 109.
61 Ivi, p. 109.
62 Infra, p. 102.
63 P. Gavi-J.-P. Sartre-P. Victor, Ribellarsi  giusto. Dal maggio '68 alla controrivoluzione in
Cile (1974), Torino, Einaudi, 1975. Ma si veda anche A propos du livre On a raison de se rvolter
(conversazione di Marcuse con Sartre e altri), in Libration, 7 giu. 1974, p. 9.
64 H. Marcuse, Poscritto del 1965 a Esistenzialismo, cit. p. 220.
65 J.-P. Sartre, Prefazione a F. Fanon, I dannati della terra (1961), Milano, Edizioni di
Comunit, 20002, pp. LIV-LV.
66 H.J. Krahl, Cinque tesi su Herbert Marcuse come teorico critico dell'emancipazione
(1969), in H.J. Krahl, Attualit della rivoluzione. Teoria critica e capitalismo maturo, Roma,
Manifestolibri, 1998, pp. 123-130.
67 Id., La miseria della teoria critica di un teorico critico. Una risposta ad Habermas (1969)
in Attualit della rivoluzione, cit., pp. 101-115.
68 Intervista del 1978 ora in B. Magee, Men of Ideas. Some creators of contemporary
philosophy, Oxford, Oxford University Press, 1982, pp. 43-55. Ma anche infra, p. 113.
69 R. Barthes, Miti d'oggi (1957), Torino, Einaudi, 19942, pp. 189238.
70 H.J. Krahl, Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe
proletaria (1969), in Attualit della rivoluzione, cit., pp. 131-154.
71 H. Marcuse, Protosozialismus und Sptkapitalismus. Versuch einer
Revolutions-theoretischen Synthese von Barhos Ansatz (1979), in Kritik, 19, pp. 5-27. Questo saggio
e una pi ampia discussione di questo concetto saranno contenuti nel secondo volume di quest'edizione
critica. Nel frattempo rimando al mio Politica come movimento. Saggio su Herbert Marcuse, Bologna,
Il Mulino, 2005.
72 H. Marcuse, Tolleranza repressiva (1965), in Critica della tolleranza repressiva, Torino,
Einaudi, 1968, pp. 79-105.
73 R. Dutschke, Intervista a cura di G. Backaus in Quaderni piacentini, 34,1968, pp. 2-18.
74 H. Marcuse, Saggio sulla liberazione, cit., p. 162.
75 Infra, pp. 260-263.
76 Infra, p. 158.
77 Infra, pp. 291 sgg.
78 Lettera citata in Frankfurter Schule und Studentenbewegung. Von der Flaschenpost zum
Molotowcocktail 1946 bis 1995, cit.
79 Infra, p. 311.
80 H. Marcuse, Etica e rivoluzione (1966), in Cultura e societ, cit, pp. 79-105. Ma cfr. anche
infra, pp. 275-277.
81 H. Marcuse, The Relevance of Reality, in American Philosophical Association:
Proceedings and Addresses, 1968-1969, College Park, 1969, pp. 39-50.
I. PRIMA DEL SESSANTOTTO
CUBA E LA POLITICA ESTERA AMERICANA*
Mi spiace, ho preparato degli appunti. Considerata la situazione, ritengo necessario attenermi
strettamente ad essi.
Non discuto il diritto degli Stati Uniti di combattere il comunismo nell'emisfero occidentale -
sebbene si possa discutere sulla definizione di emisfero occidentale, visto che adesso include il Laos
nel Sudest asiatico, e altri paesi. E' un problema di definizioni, come quello - e qui ritorno serio -
relativo al significato dell'affermazione stiamo combattendo il comunismo. Cosa stiamo
combattendo? Se solo riuscissimo per un momento ad aprirci un varco tra i colpi della propaganda e
dell'indottrinamento, potremmo renderci conto che ci che combattiamo  lo sforzo dei paesi arretrati
di istituire una forma di societ fondamentalmente differente dalla nostra. Questa forma di societ
include misure radicali come la riforma agraria, la nazionalizzazione delle principali industrie e del
credito, e una completa redistribuzione della ricchezza e del potere, per raggiungere lo sviluppo dei
cosiddetti paesi sottosviluppati, che considerano la struttura della nostra societ inapplicabile ai loro
paesi. Tutto ci implica necessariamente un'aspra lotta contro gli interessi costituiti che si oppongono a
queste riforme; il che vuol dire che questa societ assume le forme della repressione dei diritti e delle
libert civili, le sembianze di una dittatura. Questa  la vera natura di una rivoluzione: se si combatte
una dura e aperta guerra civile - e non solo una guerra civile, ma una strettamente connessa a una
guerra verso l'esterno e contro gli interessi costituiti che si oppongono alle forze che vogliono costruire
una nuova forma di societ - non ci si pu permettere diritti e libert civili che potrebbero servire e
anzi, come dimostra abbondantemente la storia, sono serviti a favorire un rapido ritorno degli interessi
costituiti. Non conosco nessuna rivoluzione, compresa quella americana, che non sia cominciata e non
sia continuata per molto tempo con la repressione dei diritti e delle libert civili. Non sono uno storico
americano ma non credo che durante la rivoluzione americana vi fossero diritti e libert civili per i
lealisti britannici.
Nessuno, e di sicuro non io, ama la repressione dei diritti e delle libert civili, ma odio e
disprezzo quell'ipocrisia implicita nell'assunzione della repressione dei diritti e delle libert civili
operata da Castro come una delle ragioni principali della nostra lotta contro la rivoluzione cubana.
Tanto pi ipocrita quando contemporaneamente nessuno dei sostenitori dell'intervento a Cuba in nome
della repressione castrista dei diritti e delle libert civili, sosterrebbe e organizzerebbe un intervento
militare o di altro tipo contro la Formosa di Chang Kai-shek, contro la Spagna di Franco, contro il
Portogallo di Salazar, contro la Repubblica Dominicana, contro Haiti, contro il Guatemala, contro
un'intera lista di altri Stati dell'America Latina in cui la repressione dei diritti e delle libert civili 
infinitamente pi spietata e brutale di quella della Cuba di Castro. Mi pare, in altre parole, che siamo
pronti a schierarci contro la repressione dei diritti e delle libert civili solo nel caso in cui quest'ultima
provenga da sinistra, ma certamente non se proviene da destra.
Adesso la stessa costellazione di interessi che, attraverso una dolorosa guerra civile, costringe il
regime di Castro a reprimere i diritti e le libert civili - questa stessa costellazione spinge ad affiliarsi
con potenze e influenze straniere che non lasciano molta scelta. Praticamente in tutto il mondo, gli
interessi costituiti che si contrappongono ai movimenti che lottano per costruire una nuova forma di
societ sono alleati con gli Stati Uniti, mentre quelli che sostengono questi movimenti sono alleati con
l'Unione Sovietica. Gli interessi costituiti con l'occidente; gli interessi rivoluzionari con l'Urss. Ci
rende molto semplice identificare in tutto il mondo i movimenti sociali rivoluzionari autoctoni come
movimenti dipendenti, controllati e organizzati da una potenza straniera; in altre parole, usare il termine
comunismo non solo come uno slogan che si riferisce a tutti questi movimenti che mirano ad un
mutamento sociale radicale, ma anche per denunciarli come agenti del comunismo sovietico o cinese.
Non c' alcun dubbio che il regime di Castro sia alleato al blocco sovietico e forse ne dipende
anche. Abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per spingerlo in questa direzione nel minor tempo
possibile. Che cosa ci si pu aspettare da un paese che lotta per la sua sopravvivenza di fronte a un
embargo economico che potrebbe far morire di fame la maggior parte della sua popolazione? Se oggi
Castro dipende dall'aiuto sovietico, tecnicamente e forse anche militarmente,  solo colpa nostra.
Ma non  questo il punto. Sono altrettanto interessato, infatti, alle conseguenze di questa
politica che, ripeto, non riguardano solo la politica cubana: si tratta gi della propaganda per isolare il
caso cubano da quello laotiano, da quello di Formosa, e di altre aree del mondo. Ci a cui stiamo
assistendo  una rapida trasformazione della nostra societ in una societ illiberale, che gi mostra le
tendenze che cos energicamente deploriamo negli altri paesi. La riduzione delle istituzioni
democratiche; la restrizione della libert di stampa (che non  minore se la censura  autoimposta; al
contrario, ci la rende ancor pi deprecabile); il fronte unito dei due partiti, che  gi stato menzionato;
la moratoria sullo spirito critico, la meno democratica tra tutte le istituzioni antidemocratiche; la
disinformazione del pubblico, ben descritta nell'ottimo memorandum di Norbert Mintz, focalizzato
esclusivamente sull'informazione fornita dal New York Times al pubblico americano tra (se non
sbaglio) il 9 e il 23 aprile - vi consiglio fortemente di acquistare una copia di questo memorandum e di
leggerlo per comprendere quanto sia difficile ottenere anche la pi semplice verit nella stampa e dalla
stampa; e infine ci che in altri paesi viene definito il culto della personalit. Invece di approfondire
questi temi, vorrei leggervi una lettera, di una ex studentessa della Brandeis University, oggi dottore di
ricerca all'Universit della California di Berkeley, che mi  appena arrivata.
C' stato un grande meeting di protesta contro l'intervento americano a Cuba, seguito da una
marcia al Federai Building. Lenny e io eravamo tra quelli che controllavano il cordone dei
manifestanti. A un certo punto un gruppo ben organizzato di studenti universitari di destra provenienti
dai college di San Francisco ha cominciato a prenderci in giro, a sradicare segnaletiche, tirarci
mangime per polli e una raffica di uova. I nostri manifestanti erano meravigliosamente autodisciplinati,
cos non c' stato alcuno scontro violento, ma non certo grazie agli agenti di polizia che ridevano e
guardavano i provocatori lanciare oggetti, tagliare i cavi elettrici dell'altoparlante, ecc. Erano guidati da
un ragazzo di piccola statura e dai tratti effeminati, con occhiali spessi e un brutto aspetto - cito - che
continuava a urlare con voce stridula che ci di cui questo paese aveva bisogno era un maggior uso
della forza, forza, forza. Quando siamo tornati a Berkeley abbiamo scoperto che il rettore
dell'Universit della California - quel gran liberale di Clark Kerr - aveva comunicato alla stampa che il
nostro raduno a San Francisco, cos come i nostri meeting al campus, ovviamente non erano spontanei.
Non era certo roba da studenti e c'erano altri meccanismi che operavano dall'esterno.
Voglio aggiungere che allo stesso tempo questa studentessa scrive di provare orrore di fronte
alla rapida diffusione di un antisemitismo non cos latente tra gli studenti universitari. Quelli di voi che
conoscono anche se non in modo approfondito la storia recente possono comprendere come questa
sindrome dell'antisemitismo e le altre attivit descritte in questa lettera non siano accidentali.
E' possibile oggi una qualche alternativa? Se queste sono le conseguenze della nostra lotta al
comunismo, allora vi  in essa qualcosa di fondamentalmente sbagliato. Ma c' dell'altro: non ho
ancora citato la pi terribile delle conseguenze, vale a dire il pericolo sempre nitido e presente di una
guerra nucleare. E' ancora necessario farvi esplicito riferimento, visto che il numero di quelli che
preferiscono morire o vivere come vegetali con un considerevole quantitativo di radioattivit nelle ossa
sembra essere pi grande del numero di quelli che ancora vogliono vivere e che vogliono vivere come
esseri umani relativamente sani e in buona salute; a dispetto dei miei anni, io appartengo decisamente a
quest'ultimo gruppo.
Per concludere,  possibile allora una qualche alternativa? Voi che cercate sempre una causa;
questo  proprio uno di quei pochi casi in cui ce l'avete. Non sto sovrastimando ci che si pu fare, ma
penso che abbiamo l'obbligo di far uso dei mezzi e degli strumenti democratici di cui ancora
disponiamo e far sapere al Presidente - non alla Cia: la politica americana  fatta dal Presidente, e non
dovremmo fare della Cia un capro espiatorio - far sapere al Presidente come la pensate. L'alternativa 
gi stata delineata da Stuart Hughes1: negoziati con Cuba, rottura dell'indecente alleanza con i pi
crudeli dittatori di tutto il mondo e pieno sostegno a quei movimenti sociali che lottano per il
miglioramento delle condizioni di vita nei paesi non cos privilegiati come il nostro, anche se questi
sforzi dovessero condurre alla scelta di istituzioni e relazioni sociali poco gradite nel nostro paese.
Vi ringrazio.
NOTE
* Testo dell'intervento al meeting di protesta per Cuba tenutosi il 3 maggio del 1961 alla
Brandeis University (Mass.), dove Marcuse era docente di teoria politica dal 1957. Originale in lingua
inglese conservato nel Marcuse Archiv di Francoforte (HMA 231.00), il testo  stato pubblicato per la
prima volta in lingua tedesca in H. Marcuse, Die Studentenbewegung und ihre Folgen, hrg. Von P.-E.
Jansen, Lneburg, zu Klampen!, 2004, pp. 3438. In quegli stessi giorni e sullo stesso tema Marcuse ha
pubblicato The Funeral of Democracy in The Justice, vol. XIII, n 25, 9 maggio 1961.
1 H. Stuart Hughes (1916-1999), storico e sociologo americano, fra i relatori insieme a Marcuse
al meeting di protesta alla Brandeis. Conobbe Marcuse al tempo del secondo conflitto mondiale negli
anni della comune collaborazione con l'OSS, di cui fu capo del Reasearch and Analysis Brandi per
l'area mediterranea, prima di trasferirsi alla divisione europea del Dipartimento di Stato. Per anni
docente presso l'Universit di Harvard, raggiunse Marcuse nel 1975 all'Universit di San Diego in
California. Tra le sue opere si ricordano: Storia dell'Europa contemporanea (1961), Milano, Rizzoli,
1964, Coscienza e storia: storia delle idee in Europa dal 1890 al 1930 (1958), Torino, Einaudi, 1967,
Da sponda a sponda: l'emigrazione degli intellettuali europei e lo studio della societ contemporanea,
1930-65 (1975), Bologna, Il Mulino, 1977 (N.d.C.).
SUL VIETNAM*
LA LOGICA PROFONDA DELLA POLITICA AMERICANA IN VIETNAM
La giustificazione ufficiale della politica americana in Vietnam  avvolta in un linguaggio
orwelliano e, come tale, sfida la discussione razionale. Stiamo lottando per la libert - questo
significa in realt che stiamo combattendo a sostegno di una dittatura militare che non resisterebbe
ventiquattro ore senza le bombe americane. Stiamo lottando per la libert proteggendo quei gruppi
sociali e quegli interessi il cui potere si basa sullo sfruttamento e la schiavit. Stiamo lottando per la
libert, in breve, attraverso il sostegno a una giunta militare che lotta contro un mutamento economico
e sociale che potrebbe creare le vere precondizioni della libert.
Lottiamo contro l'aggressione - di chi? I nordvietnamiti sono, dopo tutto, vietnamiti. I cinesi
non hanno inviato il loro esercito al di l dei loro confini; non hanno costruito basi militari in tutto il
mondo; non sono riusciti a promuovere il rovesciamento di governi in carica; hanno persino rinunciato
al loro modesto sostegno economico alla Cuba socialista.
Vogliamo evitare un'altra Monaco. Anche qui il linguaggio  orwelliano, sebbene in ultima
analisi l'analogia sia corretta. La questione per : chi  oggi che porta la pace? Chi vanta la pi
potente macchina da guerra di tutti i tempi? E chi la usa oggi negli altri paesi? Si ricordi che lo stesso
Hitler, talvolta, giustific la presenza della Germania al di l dei confini tedeschi sulla base di un
invito.
Perch la guerra nel Vietnam e, pi in generale, la politica di intervento diretto o indiretto in
territori stranieri viene giustificata come interesse nazionale? Per rispondere a questa domanda 
necessario passare dalla propaganda alla realt. Malgrado le eroiche affermazioni provenienti da
Washington sulla difesa della libert o sulla resistenza all'aggressione, la dottrina ufficiale sulla difesa
dell'interesse nazionale insiste sulla necessit di combattere e contenere il comunismo ovunque esso
faccia la sua comparsa. A dire il vero, per, la nostra politica estera elude questa dottrina in due modi:
in primo luogo, non intraprendiamo una guerra contro l'Unione Sovietica e le potenze ad essa alleate;
in secondo luogo, costruiamo un'argomentazione retorica circolare, definendo comunismo qualsiasi
nostro nemico. Chi o che cosa, allora, realmente combattiamo? Lottiamo contro una forma specifica di
comunismo nelle aree arretrate. Combattiamo una guerra contro le guerre di liberazione iniziate dai
movimenti rivoluzionari nati in quei paesi. Questi movimenti tentano di istituire riforme agrarie radicali
per abolire il sistema di sfruttamento delle classi dominanti tradizionali; tentano di sopprimere il potere
del capitale straniero; e, naturalmente, attaccano i governi locali che dipendono da questo potere.
Questi movimenti rappresentano un pericolo per noi per tre ragioni differenti. Prima di tutto, se
dovessero avere successo, condurrebbero all'espropriazione degli investimenti stranieri e all'abolizione
dei regimi corrotti, oppressivi e semifeudali tipici delle nazioni arretrate. Pertanto, trasformerebbero la
periferia capitalista in un'area pericolosamente soffocante. Vorrei aggiungere che non credo che il
concetto classico di imperialismo sia applicabile al Vietnam visto come fenomeno isolato. Ma 
essenziale considerare il Vietnam all'interno del contesto globale nei termini familiari della dottrina
del domino: il fallimento degli Stati Uniti in Vietnam sarebbe infatti il segnale in grado di attivare
movimenti di liberazione in altre aree coloniali, pi vicine a noi, forse anche all'interno degli stessi
Stati Uniti. La stabilit degli interessi costituiti in queste aree  vitale per l'economia della metropoli.
Vista in questa prospettiva, la nostra politica vietnamita  solo un aspetto di una politica che si estende
dalla Germa-nia dell'Est all'Indonesia, dalla Turchia al Giappone - una politica che, forse, si riflette nel
Mississippi e nell'Alabama.
In secondo luogo, l'esistenza di un gigantesco apparato militare  un fattore di stimolo
essenziale per l'economia statunitense. Si tratta di un aspetto che  operante fin dal collasso del New
Deal nella met degli anni '30. L'economia americana potrebbe non esigere un apparato di guerra, ma
qualsiasi conversione necessiterebbe a questo punto di un mutamento politico ed economico radicale.
In terzo luogo, la societ opulenta ha bisogno di un Nemico contro cui tenere la popolazione in
uno stato costante di mobilitazione psico-sociale. Quanto pi il progresso tecnico accresce le possibilit
di una pacificazione della lotta per l'esistenza, tanto pi diventa evidente il carattere obsoleto delle
istituzioni sociali che perpetuano la lotta per l'esistenza legata al profitto. Per proteggere e riprodurre le
istituzioni vigenti diventa di conseguenza sempre pi necessario sottrarre le risorse disponibili da un
impiego razionale per utilizzarle in senso distruttivo e repressivo. Questa repressione addizionale
scatena un'aggressivit primaria che deve essere sublimata e incanalata in attivit a sostegno
dell'interesse nazionale, affinch l'aggressione non esploda all'interno della societ costituita. Questa
sublimazione sarebbe normale se non fosse per la presenza di un nuovo fattore, l'aggressivit
tecnologica, e le sue fatali conseguenze. Il fatto che l'aggressione e la distruzione siano portate
avanti da una cosa - un meccanismo, un congegno automatico - piuttosto che da una persona riduce la
soddisfazione dell'istinto aggressivo e questa frustrazione sollecita la ripetizione e l'incremento
dell'aggressione. Quanto pi l'agente di distruzione  una cosa e la persona  distante dalla vittima,
tanto pi la colpa e il senso di colpa si riducono. Viene cos a crollare una delle pi efficaci barriere alla
crudelt e alla disumanit. Il risultato  l'abbrutimento generalizzato, una caratteristica che si esprime
anche nella nostra vita quotidiana, tra le mura di casa, nella forma di linguaggi, immagini e
comportamenti di massa violenti.
La conclusione suggerita da queste tendenze  che la guerra contro il comunismo, intrapresa
su questa base di brutalit, diventa - per la logica profonda delle condizioni dominanti -una guerra a
sostegno di una dittatura militare reazionaria. I movimenti rivoluzionari che lottano per un mutamento
sociale ed economico nei paesi arretrati possono essere neutralizzati solo attraverso il sostegno dato alle
vecchie classi dominanti. Queste, a loro volta, possono mantenere il loro potere sulla popolazione solo
attraverso una costante intensificazione dei mezzi di repressione. Non c' alternativa, poich non pu
esistere una terza forza non-comunista, liberale. Questa mancherebbe di un'adeguata base sociale ed
economica e sarebbe incapace o non avrebbe la volont politica di apportare i mutamenti radicali
necessari per condurre le aree arretrate verso una forma di esistenza umana e moderna. Questi altri
regimi soccombono o alla dittatura comunista o a quella fascista.
Pertanto, l'altra faccia della dottrina del domino - quella che attualmente vige nel mondo
contemporaneo -  che, paese dopo paese, i regimi rivoluzionari e anche liberali vengono rimpiazzati,
attraverso sanguinosi putsches, da dittature controrivoluzionarie. La funzione di questi regimi  di
sostenere o di reintegrare il vero interesse, quello cio di mantenere i paesi arretrati in condizioni di
arretratezza e dipendenza. La missione americana  diventata quella di proteggere i regimi reazionari e
di respingere qualsiasi mutamento storico progressivo.
La nazione che un tempo era la speranza di tutte le forze di liberazione del mondo  diventata la
speranza di tutte le forze controrivoluzionarie mondiali. Gli Stati Uniti sono divenuti l'avanguardia
della repressione e della reazione.
VIETNAM - ANALISI DI UN ESEMPIO
Parler delle ragioni della guerra nel Vietnam, cio:
1. della sua giustificazione ufficiale, dell'ideologia ufficiale;
2. delle ragioni non ideologiche della guerra, e in questo contesto discuter la questione se si
possa applicare alla situazione del Vietnam la teoria classica dell'imperialismo;
3. dell'opposizione alla guerra nel Vietnam, cio dell'opposizione a livello globale e non solo
nazionale, e infine
4. molto brevemente della prognosi sulle alternative, se ve ne sono.
Comincio col mettere in discussione la tesi marxista secondo cui la guerra nel Vietnam non 
solo un fatto locale, non  solo una fase della politica estera americana, ma una manifestazione logica
di un sistema mondiale, la dinamica interna della cosiddetta societ opulenta o del tardocapitalismo
americano. Vorrei iniziare la discussione con un brevissimo quadro cronologico delle fasi principali
che hanno portato all'intervento americano, sempre pi distruttivo, in Vietnam. Come probabilmente
sapete, il Fronte di Liberazione Nazionale (Fnl)  l'erede del Vietminh, che durante e dopo la seconda
guerra mondiale ha combattuto prima contro la potenza coloniale francese e poi contro quella
giapponese; e come il Fronte di Liberazione Nazionale  erede di quel periodo, cos l'intervento
americano  erede dell'aiuto americano che fu gi prestato alle truppe francesi in Indocina.
L'intervento infatti non comincia con la guerra civile in Vietnam, comincia gi durante la seconda
guerra mondiale, anzi poco prima, e nel 1950 il presidente Truman dichiar che si doveva accelerare
l'aiuto americano in Vietnam, l'aiuto ai francesi. Quanto segue vi  noto:
1954 - La fine del regime coloniale francese e gli accordi di Ginevra. Il Vietnam fu diviso in
due zone provvisorie; si stipul espressamente che questa non doveva essere in alcun modo una
separazione territoriale o nazionale. Non furono stabiliti due Stati, ma una linea provvisoria intorno al
17 parallelo fino alle elezioni, le libere elezioni che dovevano svolgersi in tutto il Vietnam al pi tardi
nel 1956. Gli Stati Uniti non firmarono gli accordi di Ginevra, ma allo stesso tempo fecero una
dichiarazione in cui si impegnavano a osservare le disposizioni degli accordi di Ginevra.
Inoltre, durante le trattative di Ginevra, il governo Bao Dai fu sostituito dal governo Ngo Dinh
Diem. Ci che avvenne in quella circostanza  fino ad oggi uno dei pi interessanti misteri della
politica contemporanea.
Vi rimando a una pubblicazione che ha fatto scalpore negli Stati Uniti. Nell'aprile del 1966 la
rivista Ramparts ha pubblicato un articolo sul famoso Michigan State University Project che era
iniziato in Vietnam nel 19551. L'articolo ha qualcosa da dire sulla collaborazione tra l'universit e la
Central Intelligence Agency (Cia) e sulla strana attivit di alcuni professori e in particolare di
professori che, prima di questa attivit, avevano fatto ben poco fino ad allora. Vi  un giovane e
sconosciuto professore di scienze politiche, amico di Diem, che all'improvviso si scopre uno dei
politici pi potenti e diventa consigliere di Diem2. Membri di facolt della Michigan State University -
riporta l'articolo - aiutano a reclutare le truppe di polizia, a costruire uno schedario di impronte digitali,
a organizzare un servizio di intelligence, a fornire armi e munizioni, ecc.
Questo avveniva tra il 1955 e il 1960.
Nel frattempo il 1956 era passato senza che si svolgessero le elezioni che dovevano riportare
l'unit nazionale: il governo sudvietnamita di Diem, con l'appoggio degli Stati Uniti, si rifiut di fare
queste elezioni.
Non c' bisogno di speculare sulle ragioni. Abbiamo la parola di un uomo fidato come
Eisenhauer, il quale ha dichiarato che, se si fossero svolte le elezioni nel 1956, probabilmente anche nel
Vietnam del Sud sarebbe risultata una maggioranza a favore di Ho Chi Minh e del suo regime. Dopo il
1956 cresce l'aiuto americano, dal 1956 al 1961 aumentano i crediti per l'esercito sudvietnamita e nel
1960 viene fondato il Fronte di Liberazione Nazionale, soprattutto come protesta contro il governo
Diem, sempre pi organizzato in dittatura repressiva, che tra l'altro ha fatto svolgere le proprie elezioni
nel Vietnam del Sud, probabilmente addirittura dieci volte, dopo che l'opposizione era stata incarcerata
o era fuggita al Nord.
Nel 1960 scoppia la vera e propria guerra del Vietnam, l'appoggio del Nord continua ad essere
molto esiguo. Per il 1963 abbiamo delle cifre secondo cui in quell'anno
combatterono 25.000 guerriglieri, pi i cosiddetti irregolari (all'incirca tra i 60.000 e gli 80.000) e
300.000 simpatizzanti tra la popolazione, contro 400.000 sudvietnamiti, pi 16.000 soldati
americani.
1964: il famoso incidente del Tonchino in cui due cacciatorpediniere americane vengono
attaccate in acque nordvietnamite, ma in realt, secondo le loro stesse dichiarazioni, non colpite, cui fa
seguito il bombardamento delle basi nordvietnamite.
Oggi gli effettivi degli Usa in Vietnam ammontano probabilmente gi a 350.000 unit. I costi
annuali della guerra in Vietnam - tra parentesi, e questo vale per tutte le cifre che cito: utilizzo
esclusivamente resoconti imparziali o neutrali, oppure in prevalenza dichiarazioni di fonti governative
americane -ammontano a 13 miliardi di dollari l'anno per 250.000 effettivi, a 21 miliardi l'anno per
400.000 effettivi. Nel corso del prossimo anno dovrebbero essere gi raggiunti i 400.000 effettivi. Qual
 il risultato di questo enorme dispendio di uomini, di vite umane e di denaro? Il territorio che oggi 
controllato dagli Stati Uniti e dal Vietnam del Sud, probabilmente non  pi grande di quanto non fosse
all'inizio della guerra. Oggi abbiamo raggiunto una fase in cui la guerra deve essere condotta sempre
pi dalle truppe americane, perch le truppe sudvietnamite semplicemente non sembrano pi affidabili.
Permettetemi ora di darvi molto brevemente la giustificazione ufficiale dell'intervento degli
Stati Uniti. Essa  cambiata nel corso degli anni. Dapprima la giustificazione era l'impegno verso il
Vietnam del Sud. Ma Eisenhower dichiar che questo impegno non comprendeva in alcun modo
l'invio di truppe americane in Vietnam. Poi, dopo questa dichiarazione di Eisenhower, venne la
giustificazione della Seato, il trattato tra paesi dell'Asia sudorientale. Il senatore Morse ha pi volte
osservato che le disposizioni della Seato, che giustificherebbero un tale intervento, non sono state
rispettate.
Poich la giustificazione dei trattati  dubbia, vorrei occuparmi della giustificazione politica
generale, e cio: la difesa contro l'aggressione comunista nell'interesse nazionale degli Usa, la
cosiddetta Containment Policy, e la questione che vorrei porre : abbiamo qui a che fare con l'ideologia
o con la realt? Quale comunismo  aggressivo e dove  aggressivo? Gli Stati Uniti combattono
realmente il comunismo? Combattono il comunismo in Unione Sovietica? Si moltiplicano le voci che
parlano anzi di una certa intesa tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Combattono il comunismo in
Iugoslavia? No! Combattono una ben precisa forma di comunismo in certi paesi, su cui torner ancora.
Ma come si pone la questione dell'aggressione? Si intende in particolare l'aggressione da parte
della Cina e del Vietnam del Nord. Oggi in America l'imperialismo cinese  divenuto davvero una
parola di moda e d'altra parte non aiuta molto neppure porre la questione se si trovino truppe o basi
militari cinesi in tutti gli angoli del mondo, o se al contrario la Cina stessa non sia quasi circondata da
basi militari americane. Difficilmente questi argomenti razionali sono d'aiuto e bisogna cercare dove si
possa forse trovare un'aggressione cinese. Si nominano due casi: il conflitto alla frontiera
indiano-cinese e l'occupazione cinese del Tibet.
Il conflitto alla frontiera indiano-cinese: tutta la faccenda  ancora oscura. Faccio notare che gi
qualche anno fa un generale americano ha dichiarato che forse sarebbe stata l'India e non la Cina a dare
inizio a questo conflitto di frontiera. Diversa  la situazione in Tibet. Non c' dubbio che il Tibet  stato
occupato dai cinesi e questo fatto non viene cambiato dal fatto che i governi cinesi per centinaia di anni
abbiano reclamato il dominio sul Tibet. Ma  un fatto che il Tibet era uno dei paesi pi arretrati,
barbarici e repressivi della terra e oggi l, dopo le riforme introdotte dai cinesi, la situazione  migliore
di quanto non fosse al tempo della cosiddetta indipendenza tibetana.
Ma come si pone la questione dell'intervento cinese in Vietnam? Neppure il Dipartimento di
Stato americano parla di un intervento decisivo. Se guardate il famoso White Paper,3 ci troverete poco
sull'impiego di truppe cinesi ecc. Ma come sta la questione dell'invasione da parte del Vietnam del
Nord, dell'appoggio nordvietnamita alla guerra civile?
E' assurdo dubitare del fatto che il Vietnam del Nord appoggia la guerra del Fronte di
Liberazione Nazionale nel Vietnam del Sud, e precisamente in corrispondenza al crescente intervento
americano. Io credo che l'intervento del Vietnam del Nord nel Sud sia una reazione e una risposta
all'intervento americano che va rapidamente crescendo, una difesa e non un'aggressione, prescindendo
del tutto dal fatto che i nordvietnamiti sono vietnamiti, cosa che difficilmente si pu affermare degli
americani. Permettetemi di indicarvi delle cifre sorprendenti prese dall'introduzione del senatore Morse
alla pubblicazione dei negoziati del Senate Foreign Relations Comittee sul Vietnam (marzo 1966).
Queste cifre, che secondo il senatore Morse provengono dal Pentagono, dicono quanto segue:
1965: 11.000 soldati nordvietnamiti di fronte a 200.000 americani e 700.000 sudvietnamiti.
Equipaggiamento (ci ritorner): le pi moderne macchine tecnologiche di distruzione contro il pi
primitivo armamento che ci si possa immaginare. Qualcosa non deve andar bene in questa guerra.
Ma come si colloca la questione della politica di contenimento ufficiale nel quadro della politica
globale? E' innegabile che sia nel legittimo interesse del capitalismo americano attuare nel modo pi
efficace possibile questa politica di contenimento, bench non sembra che sia tanto nell'interesse di
altre nazioni capitalistiche, come per esempio dell'Inghilterra e della Francia.
Si deve forse porre la questione se nella fase attuale il comunismo non si contenga da s, se non
sia sulla difensiva, in ripiegamento, e ci non solo come conseguenza della politica di contenimento
americana. O forse, detto pi brutalmente, il contenimento del comunismo coincide con l'esportazione
armata del capitalismo?
Indubbiamente, nella fase attuale, il capitalismo monopolistico impone la propria superiorit
sulla base di una produttivit altamente sviluppata e di uno sfruttamento tecnologico del lavoro, e
possiede una certa forza di contagio. Nessuna meraviglia quindi che, in confronto alle prestazioni del
capitalismo americano, altri paesi e altri popoli vogliano seguire, e in parte abbiano seguito, la stessa
linea di sviluppo. A questa forza di contagio del capitalismo altamente sviluppato corrisponde una
politica difensiva del comunismo che, a mio avviso, non si basa soprattutto e forse non si basa affatto
su un'inferiorit militare. Una tale politica difensiva  evidente in modo particolare in Unione Sovietica
e nelle controrivoluzioni anticomuniste preventive riuscite negli ultimi due anni, in Indonesia, in
Ghana, Kenia, Santo Domingo, Brasile ecc.
Ma qual  il prezzo della politica di contenimento, o meglio, qual  la sua dinamica sociale?
Risposta: l'intervento finanziario e militare, la repressione violenta di ogni riforma radicale, proprio l
dove una tale riforma radicale  assolutamente necessaria. Il prezzo della politica di contenimento non
 solo questa repressione di ogni movimento di riforma radicale, ma anche l'instaurazione di dittature
militari reazionarie nei paesi in via di sviluppo, la perpetuazione di forme brutali di sfruttamento del
lavoro e della miseria. E' propaganda,  simpatia per il comunismo affermare che in molti paesi in via
di sviluppo i comunisti sono i soli che finora hanno attuato riforme radicali, in particolare la riforma
agraria, e che forse in questo sta la popolarit del movimento comunista nei paesi in via di sviluppo?
Per la questione che ho appena posto cito il senatore Robert Kennedy, secondo il New York
Times dell'11 maggio 1966: Noi diamo aiuti militari e altri aiuti a governi che impiegano questi mezzi
per impedire delle riforme necessarie. C' un villaggio nelle Ande in cui l'unica persona che crede che
i contadini debbano avere la terra  un comunista. Nessuna meraviglia se in questo villaggio il
comunista riscuote le simpatie degli altri abitanti. Cose analoghe affermano l'ambasciatore americano
in Vietnam, Henry Cabot Lodge, secondo il Los Angeles Times del 27 febbraio 1966, e il senatore
Fulbright (ivi, 23 marzo 1966).
Se cos , quali sono ora le ragioni di questa presunta assenza di alternative, che in questi paesi
in via di sviluppo la riforma, la riforma radicale di condizioni precapitalistiche o
capitalistico-parassitarie tocchi ai comunisti, che essa non sembri possibile per una qualche via
liberal-democratica?
Io credo che nei paesi in via di sviluppo sotto la pressione imperialistica non ci sia una
borghesia nazionale indipendente che possa organizzare le classi dominate per una riforma democratica
radicale nell'interesse dell'industrializzazione e della modernizzazione del paese. Una tale borghesia
nazionale indipendente non c' in questi paesi. Quanto d borghesia c' in questi paesi  intrecciato con
la grande propriet terriera semifeudale. In queste condizioni il movimento riformista deve assumere
-dall'inizio forme radicali e non democratiche. Non si pu edificare la democrazia per aria: se non c'
per essa la base sociale, la cosa appunto non va. Perci evidentemente in questi paesi si d solo la scelta
tra una dittatura comunista e una dittatura militare delle classi dominanti, e se c' solo questa scelta 
chiaro da quale parte stia la politica americana.
Vediamo ora le ragioni non ideologiche, reali della guerra americana in Vietnam. Pongo in
primo luogo la questione: ma per il capitalismo americano la lotta armata contro il comunismo 
veramente una necessit vitale? Qui si deve richiamare l'attenzione sull'opposizione contro questa
politica all'interno della classe dominante, un'opposizione nell'ambito del sistema stesso e
nell'interesse del sistema. Questa opposizione viene rappresentata nel modo pi visibile da un ristretto
numero di senatori: Morse, Gruning, Fulbright, Kennedy e qualche altro, da alcuni circoli industriali e
finanziari, molto difficili da identificare e da gruppi di liberi professionisti. Questa opposizione
nell'ambito e sulla base del sistema caldeggia uno scambio economico e culturale con i paesi comunisti
in una coesistenza e concorrenza pacifica piuttosto che militare. E' questa opposizione che in Vietnam
oggi chiede l'armistizio e trattative anche con il Fronte di Liberazione Nazionale, e inoltre una politica
positiva verso la Cina, cio l'ammissione della Cina nella Nazioni Unite.
Per  molto difficile da valutare l'influenza di questa opposizione dall'alto, perch
televisione, radio e stampa determinano e formano l'opinione pubblica in una maniera che persino qui,
credo,  ancora inimmaginabile. Negli Stati Uniti non c' una stampa di opposizione, non ci sono
quotidiani di opposizione; ci sono solo volantini e riviste di opposizione con una tiratura che,
paragonata a quella della grande stampa,  ridicolmente bassa. E poi ancora la pressione del
conformismo generale, la paura della discriminazione economica per una qualche deviazione dalla
norma - il mezzo pi efficace di livellamento. Vance Packard ha descritto l'enorme apparato,
ampiamente invisibile, della manipolazione e dello spionaggio privato, che registra chi si frequenta, se
dei neri entrano nella casa di qualcuno, con chi si accompagna, e tutto ci senza alcun forma di terrore,
nelle vesti di una libera democrazia.
Ma ammettiamo che questa debole opposizione dall'alto vinca. Quale sarebbe l'effetto sul
capitalismo americano?
Un Super New Deal, cio un ampliamento dei settori pubblici, che significherebbe davvero il
capitalismo di Stato e un completo cambiamento dell'attuale propaganda, dell'attuale pubblicit,
dell'attuale morale, ideologia sociale ecc. Contro questa tendenza oggi negli Stati Uniti sono ancora
mobilitate tutte le forze. Perch questo dominio della politica di Johnson/McNamara, questa insistenza
su una politica estera aggressiva? Abbiamo qui a che fare con l'oggettiva dinamica del sistema, con una
dinamica oggettiva che agisce alle spalle degli individui? Alle spalle degli individui, perch anche
quelli che oggi fanno politica naturalmente non vogliono una guerra; anch'essi lo preferirebbero, se
potessero ottenere quello che vogliono senza guerra.
Abbiamo dunque una dinamica oggettiva che in questo senso si impone alle spalle degli
individui? Non dobbiamo troppo in fretta ritornare alla teoria dell'esistenza di leggi nella storia, alle
leggi storiche. L'evoluzione nel Vietnam dimostra la cecit delle leggi storiche. Credo si possa dire che
quello che inizia come un appoggio temporaneo, esiguo e debole a un regime coloniale morente, quello
cio dei francesi, diviene automaticamente questione di prestigio, di difesa dell'interesse nazionale,
questione di esistenza su scala mondiale. L'apparato impiegato cresce per la propria forza di gravit e
diviene forza motrice dell'intero sistema, che esso trasforma a sua immagine e trascina con s.
Dobbiamo ricordarci che questa  una societ irrazionale, in tutta la sua razionalit forse la societ pi
irrazionale che sia mai esistita, e che questa irrazionalit  e determina la ragione di questa societ. La
casualit delle personalit (dei presidenti americani, dei direttori, dei generali) -, questa casualit
diviene l'espressione di una tendenza fondamentale che pervade il tutto e minaccia l'America del
diritto alla libert, della Dichiarazione d'indipendenza, l'America che non molto tempo fa era nemica
del nazismo, con la crescita di forze antidemocratiche, militaristica, e persino filofasciste. Alla luce di
questa tendenza l'evento locale assume un significato veramente globale. Cosa significa il Vietnam? Il
Vietnam significa la Cina, come nuovo stadio storico. Il Vietnam significa tutti i movimenti di
liberazione nazionali nell'ambito della societ industriale ipersviluppata; movimenti di liberazione che
mettono in dubbio e minacciano la ragione, le istituzioni e la moralit di questa societ industriale
ipersviluppata. Il Vietnam  divenuto il simbolo del futuro della repressione economica e politica, il
simbolo del futuro del dominio dell'uomo sull'uomo. Che cosa significherebbe la vittoria del Fronte di
Liberazione Nazionale in Vietnam? Questa vittoria significherebbe, e qui  a mio avviso l'aspetto
decisivo, che una elementare ribellione di uomini contro il pi potente apparato tecnico oppressivo di
tutti i tempi pu avere successo.
Ecco alcune cifre, mi riferisco alla dichiarazione al Senato del febbraio 1966 del ministro della
Difesa McNamara, che forse potremmo chiamare il bilancio del suo fatturato. Entro un anno in
Vietnam saranno impiegati: 1,7 milioni di bombe, 4,8 milioni di missili 2,75, 88 milioni di missili
aria-terra, 1 miliardo di munizioni per fucili e mitragliatrici, 16 milioni di granate 40 mm, 11 milioni di
munizioni per mortai e artiglierie. 2623 testate nucleari sono pronte all'uso nella cosiddetta strategic
allert force. E McNamara aggiunge - cito testualmente: Questo ha reso possibile l'eroica impresa di
impiegare e rifornire entro pochi mesi 300.000 soldati pronti al combattimento. Questo enorme
apparato tecnologico di distruzione si confronta con uno dei paesi pi poveri del mondo, che ha appena
iniziato a costruire l'industria pi primitiva e che finora  equipaggiato con le armi pi primitive - e
tuttavia c' il pericolo che alla fine il movimento di liberazione nazionale possa pure vincere. Che cosa
significherebbe una tale vittoria del movimento di liberazione nazionale?
Che il corpo umano armato solo in modo primitivo e la volont di difesa di una vita
incoraggiata da nuova speranza possono tenere in scacco il pi violento meccanismo di distruzione di
tutti i tempi, e ci potrebbe divenire il segnale per l'insurrezione negli altri paesi alla periferia del
sistema, in cui gli sfruttati vivono nella speranza della liberazione. Qui non si tratta tanto della lotta
contro il comunismo, quanto della lotta contro ogni regime che nei paesi in via di sviluppo potrebbe
attuare la riforma radicale di quelle condizioni che finora hanno tenuto la popolazione a un livello di
vita disumano.
Il Vietnam ora si trova in questa situazione anche per immediati interessi economici? Qui vorrei
discutere almeno brevemente la teoria dell'imperialismo. Il capitalismo monopolistico nell'attuale
stadio ha realmente bisogno di una periferia globale?
Proprio tra i marxisti esiste la tendenza a mettere da parte, come sorpassati, il concetto di
imperialismo e la teoria classica dell'imperialismo. E in effetti sarebbe assurdo sostenere che gli Stati
Uniti combattano in Vietnam per i loro investimenti, per lavoro e per materie prime a buon mercato.
Non fanno questo. Comunque dobbiamo sollevare la questione se non si tratti di vedere la spedizione
contro il Vietnam in rapporto agli interessi globali del tardocapitalismo. Permettetemi qui di fornire di
nuovo alcune cifre, solo poche' cifre. Esse provengono da fonti che sono al di sopra di ogni sospetto,
soprattutto dal Survey of Current Business che viene regolarmente pubblicato dal Department of
Commerce americano. Gli investimenti privati diretti degli Stati Uniti all'estero erano nel 1950 di 11,8
miliardi di dollari, nel 1963 di 40,6 miliardi di dollari, nel 1966, secondo una stima prudente, di 50
miliardi di dollari. Dal 1957 al 1963 le vendite delle filiali estere negli Stati Uniti sono aumentate del
54%, mentre le vendite interne sono aumentate soltanto del 17%. Dal 1960 al 1965 il prodotto
nazionale lordo degli Stati Uniti  cresciuto da 503 miliardi nel 1960 a 676 miliardi nel 1965, cio 
cresciuto del 34%, mentre i profitti dei grandi gruppi industriali durante lo stesso periodo sono cresciuti
pi del 50%. La legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto  evidentemente
insostenibile. Questa evoluzione  dimostrata molto approfonditamente nel libro Monopoly Capital di
Baran e Sweezy4. Vi si mostra come non siamo di fronte ad una caduta tendenziale del saggio di
profitto, bens ad un aumento reale del profitto e ad un aumento del cosiddetto surplus economico, e le
difficolt di investimento e di impiego di questo surplus diventano sempre maggiori, probabilmente
oggi una delle contraddizioni principali del sistema capitalistico. Ecco ancora alcune cifre riguardanti la
Standard Oil del New Jersey. Gli investimenti della Standard Oil all'estero sono stati solo la met degli
investimenti nazionali, ma il profitto della Standard Oil all'estero  stato quatto volte maggiore di
quello negli Stati Uniti. Lascio a voi decidere se volete ricorrere alla teoria dell'imperialismo o no.
Soltanto una parola sul ruolo dell'industria bellica per l'economia americana, perch anche
questa viene sempre indicata come la ragione per cui il capitalismo deve combattere nel Vietnam.
Negli Stati Uniti nessuno che conosca realmente la questione nega che oggi l'industria degli
armamenti rappresenti direttamente e indirettamente uno stimolo importante per l'economia. Per questo
basta solo leggere il Wall Street Journal, cosa che in genere consiglio, perch probabilmente  l'unico
giornale non ideologico degli Stati Uniti. Comunque non cadiamo nell'errore di credere che l'economia
americana, l'economia capitalistica, sia talmente dipendente da questa industria degli armamenti che
l'alternativa sarebbe la gi da molto tempo preannunziata crisi finale del sistema: non  cos.
L'economia americana pu esistere anche senza la gigantesca industria degli armamenti, ma ci
significherebbe cambiamenti fondamentali nelle istituzioni economiche e politiche, cio - vi ho gi
accennato - la tendenza al pieno capitalismo di Stato, di cui nell'attuale fase si ha poca evidenza in
America.
Ma l'analisi puramente economica non  pi sufficiente, se mai lo  stata, a spiegare che cosa
avviene in questa societ. Ogni economia  economia politica nel senso pi ampio e il sistema della
societ industriale avanzata  globale, anche nel senso che lascia in privato e in pubblico tutte le
dimensioni dell'esistenza umana alle forze sociali dominanti. Il sistema  globale anche nel senso che
per esso non esistono pi fattori esterni, che le forze molto lontane, geograficamente e non, diventano
forze interne al sistema. La politica interna, la cui continuazione  la politica estera, mobilita e controlla
la parte interiore dell'uomo, la struttura istintiva, il suo pensiero e il suo sentimento; essa controlla la
stessa spontaneit - e corrispondente a questo carattere globale e totale del sistema  l'opposizione, di
cui ora parler non solo e non primariamente in senso politico, ideologico, socialista, ma allo stesso
tempo come opposizione istintiva morale o, se preferite, amorale, cinicamente esistenziale. Innanzitutto
bisogna partecipare e contribuire al rifiuto spontaneo dei giovani oppositori, al disgusto per lo stile di
vita della societ opulenta che qui si impone. Solo questa negazione  articolata, solo questo
elemento negativo  la base della solidariet, ma non il fine: essa  negazione della totale negativit che
domina completamente il sistema della societ opulenta. La spedizione globale contro il comuniSmo
deve intendersi come parte di questa negativit totale e l'analisi economica delle ragioni deve includere
in s l'analisi delle altre dimensioni sociali. La distinzione tra base e sovrastruttura diviene
problematica. Come i compiti della sociologia e della psicologia al servizio del management
scientifico, delle relazioni umane, della ricerca di mercato, della pubblicit e della propaganda da
molto tempo non sono pi soltanto spese, ma in parte sono divenuti costi di produzione necessari, cos
oggi i fattori psicologici fanno parte della riproduzione necessaria dell'apparato sociale esistente. Essi,
in quanto elementi della mobilitazione permanente della popolazione, riproducono la spedizione
globale contro il comunismo nella struttura psicologica degli individui stessi. Questa societ ha bisogno
di un nemico, la cui forza minacciosa deve giustificare lo sfruttamento repressivo e distruttivo di tutte
le materie prime materiali e intellettuali. Il contrasto tra la ricchezza sociale, il progresso tecnico, il
dominio della natura, da una parte, e l'utilizzazione di tutte queste forze per perpetuare la lotta per
l'esistenza su base nazionale e globale, con la creazione di inutile lavoro parassitario, con lo spreco e la
distruzione sistematica davanti alla povert e alla miseria, con la sottomissione dell'uomo al gigantesco
apparato della gestione totale. Tutta questa fatale unit di produttivit e distruzione, di prosperit e
miseria, di stato normale e di guerra agisce sugli uomini come costante repressione, e questi uomini
gestiti rispondono ad essa con un'aggressivit diffusa. Questa aggressivit, che viene accumulata nella
societ opulenta, deve essere suscitata e resa utile in una maniera sopportabile e fruttuosa per la societ,
altrimenti potrebbe minacciare l'unit del sistema stesso. Io vedo in questa crescente aggressivit,
nell'istintiva aggressivit esistente nelle societ industriali sovrasviluppate uno dei fattori pi pericolosi
per lo sviluppo futuro.
Le stesse forze aggressive portano alla morte sulle strade e autostrade o ai bombardamenti, alle
torture e agli incendi in Vietnam. In un anno sulle autostrade negli Stati Uniti ci sono 49.000 morti e
oltre 4 milioni di feriti. Confrontate queste cifre con quelle delle perdite in Vietnam e forse
comprenderete perch questa guerra non ha provocato alcuna reazione di massa. Ricordo inoltre, come
espressione dell'aggressivit, la violenza commerciale sulla natura, l'irruzione nella sfera privata - che
crea ovunque ascoltatori incarcerati - e un enorme abbrutimento del linguaggio, cui a poco a poco gli
uomini vengono abituati. Neppure durante la seconda guerra mondiale e neppure nella stampa nazista
ho trovato una simile aperta brutalit quale ogni giorno si fa largo nei giornali americani - nei titoli che
annunciano vittoriosamente il numero degli uccisi (presunti o reali) e dei cadaveri ritrovati. E dalla
condotta di guerra e dal suo linguaggio, l'abbrutimento entra nella sfera dell'intrattenimento e del
divertimento.
Questo efficace processo di adattamento e di disumanizzazione porta ancora a una specie di
isteria di massa: l'immagine del nemico viene gonfiata fino all'irriconoscibile e diviene sempre pi
evidente l'insensibilit, l'incapacit di distinguere tra propaganda, pubblicit e verit. Gli organi addetti
a questa distinzione sembrano atrofizzarsi. Non si pu neppure dire che ognuno crede a ci che gli
viene offerto;  piuttosto l'atmosfera generale: su questa cosa non posso dare un giudizio, il governo la
conosce meglio, e non ci si pu fare niente.
Adesso qualche parola sulle forze antagonistiche, cio, a differenza dell'opposizione
dall'alto, l'opposizione che rappresenta un potenziale pi radicale. Ripeto: anche l'opposizione deve
essere vista su scala globale, ma per chiarezza suddivider queste forze antagoniste in diversi gruppi,
anzitutto negli stessi Stati Uniti.
Si possono identificare quattro gruppi:
Intellettuali e giovani.
Gruppi sottoprivilegiati della popolazione, per es. portoricani, neri, ecc.
Un movimento radicale-religioso, e
le donne.
In tutti questi gruppi l'opposizione  solo una minoranza, e non bisogna perderlo di vista.
L'opposizione tra gli intellettuali e i giovani, soprattutto nelle universit,  forse l'opposizione
pi percepibile, pi visibile e pi attiva. L'ho gi accennato: anche l'opposizione radicale tra gli
studenti e i giovani non  un'opposizione socialista e comunista. La diffidenza verso tutte le ideologie
(e da questi ragazzi e ragazze il comunismo e il socialismo sono ritenuti un'ideologia)  un fattore
decisivo in questo movimento. La situazione  caratterizzata dallo slogan non fidarti di nessuno che
abbia pi di trent'anni. Lo si sente spesso: Queste vecchie generazioni ci hanno messo nella merda in
cui oggi viviamo, e quello che hanno da dirci non ha pi alcun valore per noi.
E' evidente l'unit spontanea di ribellione politica, intellettuale e sessuale, istintuale - una
ribellione nel comportamento, nel linguaggio, nella morale sessuale, nell'abbigliamento. Naturalmente
 un'assurdit il fatto che la stampa informi continuamente che nelle manifestazioni studentesche
predominano bearded advocates of sexual freedom. Questo  uno dei tipici strumenti di
discriminazione della stampa; ma in ogni caso qui si sente qualcosa che va oltre l'opposizione politica:
un'unit di politica ed eros. Un'immagine che mi rimane nella memoria: ero a Berkeley nella giornata
per il Vietnam e ho visto dimostrazioni con 2.000 fino a 4.000 studenti che marciavano verso la
stazione da dove partivano le truppe dei riservisti. Al confine della citt c'era la barricata della polizia,
compatta e di molte file, poliziotti in uniformi nere ed elmetti d'acciaio, pronti con le armi. Il corteo dei
dimostranti si ferm davanti alla barricata; ci furono alcuni, provocatori o semplicemente avventati, che
ad un tratto vollero incitare il corteo a forzare la barricata della polizia; naturalmente ci non avrebbe
provocato che teste rotte e insanguinate. All'ultimo momento cambiarono idea e accadde ci che era
gi accaduto spesso in tali situazioni: i dimostranti si mettono a sedere sulla strada, a braccetto, ragazzi
e ragazze, cominciano ad accarezzarsi, escono fuori le chitarre, suonano canzoni popolari e in questo
modo almeno per quel momento il pericolo  evitato, superato nell'unit di politica ed erotismo.
Ammetto di essere in questa circostanza completamente romantico, ma in questa unit vedo
un'accentuazione e un approfondimento dell'opposizione politica.
Il secondo gruppo, i cosiddetti sottoprivilegiati, il movimento per i diritti civili e la lotta
contro la miseria. E' una vera forza antagonistica? In questi gruppi, soprattutto fra i neri, c' un gruppo
dirigente che cerca di stabilire una relazione tra il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti e la
guerra in Vietnam - ma senza molto successo. Perch non possiamo dimenticare che negli Stati Uniti
una gran parte della popolazione sottoprivilegiata vive in una condizione rispetto alla quale persino la
chiamata per il Vietnam sembra un miglioramento della situazione. Inoltre domina l'aspettativa che
questi stessi strati inferiori possano avanzare all'interno del sistema e che la societ costituita possa
realizzare questa possibilit.
Solo molto brevemente sul terzo e quarto gruppo.
Il movimento di protesta religioso-radicale ha i suoi martiri: il numero  piccolo e l'effetto non
 visibile. La categoria donne in questo contesto politico pu sorprendere. L'ho solo ricordata per
rendere giustizia al fatto che quelli che vanno di porta in porta a raccogliere firme contro la guerra per
lo pi hanno trovato comprensione tra le casalinghe. Le donne sono ancora relativamente risparmiate
dall'aggressivit della societ maschile?
In questa presentazione delle forze antagonistiche negli Stati Uniti avrete forse notato la
mancanza di un gruppo, la classe operaia.
Non  stata una svista. Non si pu infatti dire che la classe operaia stia all'opposizione contro la
guerra. Avrete letto che la dirigenza sindacale in America ha rilasciato dichiarazioni che approvano in
modo insolitamente forte la guerra nel Vietnam, ma che al tempo stesso i sindacati si sono rifiutati di
caricare le navi da guerra autorizzate alla partenza dal Ministero degli Esteri americano. Negli Stati
Uniti, la classe operaia non fa parte dell'opposizione,  integrata nel sistema. Integrata non solo
ideologicamente, ma integrata sulla base materiale di una crescente produttivit e di un crescente tenore
di vita. Ovviamente l'America  una societ classista e la differenza reale tra coloro che decidono della
loro vita e coloro la cui vita viene decisa,  forse maggiore di quanto sia mai stata: le decisioni sono
concentrate in un piccolo gruppo, che  meno controllato dal basso di quanto lo sia mai stato prima.
Ma questa societ classista non  pi una societ della lotta di classe nel senso tradizionale:
naturalmente la lotta di classe c' ancora,  una lotta puramente economica per salari pi alti, per la
riduzione dell'orario di lavoro, una politica sindacale puramente economica e non politica.
Passiamo ora alle forze antagonistiche al di fuori degli Stati Uniti. In Europa, a mio avviso, c'
un problema fondamentale, e cio: la societ degli Stati Uniti pu essere un modello di ci che ci si
deve attendere nei paesi capitalistici dell'Europa occidentale? E' ancora aperta qui una via
indipendente, la via del capitalismo pianificato e dell'autogestione operaia, che  sostenuta soprattutto
in Francia come la nuova strategia del movimento operaio? Ne ho discusso a lungo con i miei amici
Andr Gorz e Serge Mallet5; su questo non siamo della stessa opinione. Io credo che prima o poi le
tendenze americane si imporranno e credo che la strategia dell'autogestione possa avere successo
solo dopo la rivoluzione, ma non prima, perch prima della rivoluzione c' il pericolo che all'interno
del sistema si creino nuovi interessi attivi, che poi si radicano.
Contro questa tesi, che la societ americana diverr il modello per il capitalismo europeo, sta
ora il fatto che in Francia e in Italia c' ancora appunto un movimento operaio politico che non esiste
negli Stati Uniti, e forse pu aprire la strada a un politica socialista. Ma sembra che l'influenza
economica, politica e militare dell'America in Europa contraddica questa alternativa.
E ora come ultima e, a mio avviso, decisiva forza antagonistica, l'opposizione nei paesi in via di
sviluppo. Qui ci sono oggettivamente, se non pure soggettivamente, le condizioni classiche per il
passaggio al socialismo, cio:
- la miseria dei produttori immediati in quanto classe, come proletariato agrario, non
industriale,
- il bisogno vitale di un sovvertimento radicale di condizioni di vita insostenibili,
- l'incapacit della classe dominante di sviluppare le forze produttive,
- l'organizzazione militante del fronte di liberazione nazionale che rappresenta un'unit di
rivoluzione nazionale e sociale.
E tutte queste forze agiscono all'interno del sistema mondiale del capitalismo imperiale. In
effetti la vittoria di queste forze, come ho gi detto, scuoterebbe l'economia delle metropoli. La
questione davanti alla quale ci troviamo qui  quella del salto degli stadi di sviluppo. Ci pu essere in
questi paesi qualcosa come un'industrializzazione non capitalistica, un'industrializzazione che eviti
l'industrializzazione dello sfruttamento oppressivo del primo capitalismo, che costruisca l'apparato
tecnico  la mesure de l'homme e non in modo tale che esso abbia fin dall'inizio potere sull'uomo e
l'uomo gli si sottometta? Si pu qui di nuovo parlare di un vantaggio storico di chi arriva in ritardo?
Purtroppo contro questa grande chance di un'industrializzazione non capitalistica e non repressiva sta il
fatto che la maggior parte di questi paesi in via di sviluppo dipendono per l'accumulazione originaria,
nella buona e nella cattiva sorte, dai paesi industriali sviluppati, o dell'Ovest o dell'Est. Comunque
credo che oggettivamente il movimento di liberazione militante nei paesi in via di sviluppo rappresenti
oggi la pi vigorosa forza potenziale del mutamento radicale.
Non parlo del mondo comunista come forza antagonista a quello capitalistico perch, a mio
avviso, questa costellazione  ancora completamente nel vago. Qui  decisiva la tendenza
all'assimilazione tra la societ sovietica e la societ americana e alla divisione del mondo comunista in
popoli haves and have nots, che faciliterebbe molto una tale assimilazione.
In conclusione, una risposta alla domanda che mi  stata posta da voi: vi  una base reale di
solidariet per tutte queste forze antagoniste socialmente e geograficamente cos diverse e cos divise?
La mia risposta : nessuna, tranne la solidariet della ragione e del sentimento. Questa
solidariet istintuale e intellettuale  oggi forse la pi vigorosa forza radicale che abbiamo. Non si deve
sminuire una tale solidariet, soprattutto la solidariet istintuale spontanea del sentimento. Essa va pi
in profondit della solidariet organizzata, senza la quale questa non pu divenire attiva; essa  parte
della potenza del negativo con cui inizia la sovversione.
Ritorno ancora una volta alle prognosi sull'alternativa. L'idea del socialismo sembra confutata
dallo scetticismo rispetto a ogni obbligo ideologico e soprattutto dall'enorme effetto della crescente
produttivit e del crescente tenore di vita nella societ industriale avanzata, un'evoluzione che sembra
mettere in dubbio il concetto tradizionale del socialismo come negazione determinata del capitalismo.
Dobbiamo molto seriamente riflettere se il concetto di sviluppo delle forze produttive contenga ancora
una tale negazione determinata, se la differenza qualitativa tra socialismo e capitalismo non sia da
cercare in un'altra dimensione, non tanto nello sviluppo delle forze produttive quanto nel loro
mutamento. Esso  il presupposto per l'abolizione del lavoro, l'autonomia dei bisogni e del loro
soddisfacimento, e per l'appagamento della lotta per l'esistenza. Ma proprio perch questa idea utopica
 cos poco utopica, l'intera societ  oggi mobilitata contro di essa e questa mobilitazione, come ho gi
accennato, continua negli stessi individui. Nessuna illusione rispetto a questa spaventosa unit di
produttivit e distruzione, di libert e repressione, di prosperit e miseria. E poi l'assenza di ogni
movimento di massa. Non c' un movimento di massa rivoluzionario e nemmeno nei paesi in via di
sviluppo nel prossimo futuro ci sar un movimento di massa rivoluzionario. L'unit di teoria e prassi,
che tutti noi reclamiamo, non si pu organizzare e non si pu calcolare. Nell'attuale stadio non c' e il
ponte precario sta proprio nella solidariet di queste forze antagonistiche cos largamente diffuse e
divise ed esse stesse antagonistiche che ho indicato.
In questa situazione la forza del negativo, come lavoro per la liberazione della coscienza e della
conoscenza, diviene un compito principale. Questo lavoro per la liberazione della coscienza oggi  e
deve diventare un lavoro immediatamente politico, perch non c' una dimensione astratta, una
dimensione della scienza, della scienza della natura come della scienza dello spirito, in cui non sia
penetrata la repressione e la menzogna, e da cui non debbano essere eliminate per rendere di nuovo
possibile qualcosa come una teoria critica. Qui vediamo l'attuale dialettica del materialismo storico:
nella misura in cui la coscienza di classe sorge nella coscienza totalmente amministrata e questa
coscienza totalmente amministrata diviene una forza produttiva repressiva nel processo di riproduzione
dell'esistente, il lavoro per la liberazione della coscienza diviene una condizione materiale essenziale
per il rovesciamento dell'esistente. Ripeto: questa non  un'azione rivoluzionaria, certamente no, al
momento  un'opposizione perplessa, forse addirittura per molto tempo disperata, soprattutto tra i
giovani, ma  un movimento davanti al quale oggi i potenti gi si innervosiscono e contro cui oggi  gi
rivolta la forza concentrata della polizia, della stampa e del governo.
Si continua a chiedere se l'universit debba avere a che fare qualcosa con la politica, se
all'universit si debba fare politica. Certo, nell'universit abbiamo una scienza politica, ma essa
deve avere a che fare il meno possibile con la politica. Ma sicuramente l'etica ha un posto legittimo
nell'universit, e una delle cose che comunque ho imparato e che hanno imparato molti dei miei amici,
socialisti, marxisti,  che la morale e l'etica non sono una semplice sovrastruttura, una semplice
ideologia. Nella storia c' appunto qualcosa come la colpa, e non ve necessit n strategica, n tecnica,
n nazionale che possa giustificare ci che avviene in Vietnam: il massacro della popolazione civile, di
donne e bambini, la distruzione di prodotti alimentari, i bombardamenti a tappeto di uno dei paesi pi
poveri e indifesi del mondo - questa  una colpa e contro ci dobbiamo protestare, anche se crediamo
che sia senza speranza, per poter sopravvivere come uomini e forse per rendere possibile ad altri
un'esistenza umana degna, forse anche solo perch grazie a ci si potrebbero abbreviare l'orrore e il
terrore, e oggi questo  gi moltissimo.
NOTE
* Due interventi di Marcuse che sintetizzano la sua posizione sul significato geopolitico della
guerra in Vietnam e il suo rapporto con i movimenti di protesta. Il primo riproduce un breve intervento
al Teach-In del 25 marzo 1966 a UCLA. Originale in lingua inglese  apparso per la prima volta in L.
Menashe, R. Radosh, Teach-Ins USA, New York-London, F.A. Praeger, 1967, pp. 64-67. Il secondo 
invece un articolo pi lungo in lingua tedesca apparso su Neue Kritik, 36/37, giugno-agosto 1966,
pp. 30-38, che riproduce l'intervento di Marcuse al congresso nazionale della SDS sul Vietnam tenutosi
a Francoforte il 22 maggio del 1966 e che vide la partecipazione anche di Wolfgang Abendroth,
Norman Birbaum, Jrgen Habermas, Oskar Negt.
1 The University on the Make. How MSU helped arm Madame Nhu, in Ramparts, aprile 1966.
Il dossier racconta il ruolo di sostegno tecnico e politico fornito dalla Michigan State University al
governo di Diem ben prima della sua elezione e, pi in generale, mostra l'internit del mondo
accademico alla macchina bellica statunitense (N.d.C.).
2 Marcuse fa riferimento a Wesley Fishel, a quel tempo sconosciuto assistant professor di
scienza politica alla Michigan State University, cui il dossier di Ramparts dedica ampio spazio
(N.d.C.).
3 II riferimento  al Libro bianco prodotto dal Dipartimento di Stato statunitense con il titolo
Aggression from the North e pubblicato il 27 Febbraio 1965, pochi giorni prima dell'Operation Rolling
Thunder, un bombardamento su larga scala di obiettivi militari nordvietnamiti, condotto il 2 marzo del
1965, che apr la strada all'ingresso delle truppe americane sul territorio, avvenuto l'8 marzo dello
stesso anno. Il rapporto fornisce la base ideologica per l'intervento militare. Vi si legge tra l'altro: La
guerra nel Vietnam  una guerra di nuovo tipo, fatto ancora non del tutto chiaro in molte parti del
mondo. (...) In Vietnam si assiste ad un tipo di aggressione completamente nuovo contro un popolo
indipendente che cerca di vivere in pace e libert. (...) Il Vietnam non  un'altra Grecia, dove la
guerriglia locale ha usato territori limitrofi amici come rifugio. Il Vietnam non  un'altra Malesia, dove
la guerriglia comunista era per la maggior parte fisicamente distinguibile dalla maggioranza pacifica
che cercava di porre sotto il suo controllo. Il Vietnam non  le Filippine, dove la guerriglia comunista
era fisicamente separata dalla fonte del loro supporto fisico e morale. E soprattutto la guerra nel
Vietnam non  una ribellione locale e spontanea contro il governo esistente. (...) Questo documento 
conclusivo. Dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il Vietnam del Nord sta elaborando un
meticoloso piano di aggressione contro il Sud. (...) Questa aggressione viola la Carta delle Nazioni
Unite. E' contraria agli Accordi di Ginevra del 1954 e del 1962 (...)  una minaccia fondamentale alla
libert e alla sicurezza del Vietnam del Sud. Il popolo sudvietnamita ha scelto di resistere a questa
minaccia. Facendo seguito alla loro richiesta gli Stati Uniti hanno deciso di schierarsi al loro fianco in
questa guerra difensiva. Gli Stati Uniti non mirano ad alcun territorio, base militare o posizione
favorevole. Ma altrove abbiamo imparato il significato di aggressione nel mondo del dopoguerra e lo
abbiamo affrontato (N.d.C.).
4 P.A. Baran, P.M. Sweezy, II capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e
sociale americana (1966), Torino, Einaudi, 1968 (N.d.C.).
5 Andr Gorz (1924-), con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir fondatore di Les Temps
Modernes e di Le Nouvel Observateur,  stato tra i teorici francesi dell'autogestione operaia (cfr.
tra gli altri il suo Stratgie ouvrire et nocapitalisme, Paris, Seuil, 1964). Serge Mallet (1927-1973),
sociologo francese. Nel 1963 pubblica La nouvelle classe ouvrire, una serie di studi sulle
trasformazioni dell'organizzazione del lavoro nelle fabbriche francesi ed il loro impatto sulla classe
operaia, poi racchiusi in un volume di grande successo (trad. it. Torino, Einaudi, 1970), che di fatto
anticipa e apre la strada agli studi contemporanei sul post-fordismo e sul lavoro immateriale.
PROTESTA E FUTILIT*
Quando l'esistenza politica ha raggiunto un punto di svolta, la filosofia trova il suo posto; allora
appare non solo che uno pensa, ma anche che il pensiero guida e trasforma la realt. Poich, quando
una particolare forma storica di vita (dello spirito) non  pi adeguata, la filosofia apre gli occhi per
riconoscere questa inadeguatezza. Per questa via, la filosofia aiuta ad accrescere e promuovere la
distruzione (Verderben), Ma non per questo la filosofia  da biasimare. Poich la distruzione 
necessaria; una forma di vita storica (dello spirito) specifica  negata solo perch ha gi perso i suoi
fondamenti ( corrotta fino alle fondamenta)
(Hegel, Introduzione alla storia della filosofia, ed. Hoffmeister, p. 286.)
A un punto di svolta della storia, la filosofia deve promuovere distruzione e disordine, poich,
come pensiero critico, si eleva al livello della coscienza e della conoscenza che ci che  ha perso i suoi
fondamenti.
Pertanto, le forze negative del pensiero sono forze di mutamento storico. In termini hegeliani:
forze di progresso verso uno stadio pi elevato nella realizzazione consapevole della libert.
Noi, certo, non accettiamo questa ontologia ottimistica! Abbiamo imparato che lo stadio
successivo non  necessariamente lo stadio pi elevato, e che il sistema di vita manchevole e corrotto
pu mostrare uno spaventoso potere di resistenza, di immunit al pensiero e all'azione critica - fino al
punto di sconfiggere, assorbire o annientare le forze della negazione!
Un'altra idea strana e inaccettabile: Hegel attribuisce la protesta alla filosofia che, secondo lui,
ha una funzione critica radicale: non solo la natura ma anche il mondo dell'uomo, la societ, devono
essere interrogati riguardo alla loro adeguatezza ai criteri della Ragione. La filosofia misura le reali
possibilit della Ragione e della Libert contro la loro attualit, e questo equivale (non per Hegel!) a
svelare le promesse infrante, le bugie e gli inganni che appaiono come Ragione e Libert.
Intelligenza  scuotere l'ordine costituito. Il faut que le scandale arrive...,  una buona
formula per riassumere la funzione storica dell'intelligenza, del pensiero!
Hegel assolve questo pensiero da ogni colpa poich la sua protesta radicale mette in pericolo e
distrugge solo ci che  gi corrotto e obsoleto.
Per giustificare questa strana armonia prestabilita tra condizioni e comportamenti soggettivi e
oggettivi, egli pu fare riferimento alla coesistenza tra: Socrate e la dissoluzione della citt-stato, la
nascita della scienza moderna e la disintegrazione del sistema feudale, l'illuminismo e la rovina
dell'assolutismo.
Ma oggi?
Non  ogni pensiero critico e radicale, ogni azione di protesta che non abbia un solido e
adeguato fondamento nella realt, in tutte le sue manifestazioni, ridicolmente debole contro la
santificazione tangibile e intangibile del sistema? Non  assolutamente futile - e non solo per la sua
debolezza, il suo isolamento, la sua mancanza di organizzazione, ma per il fatto che non combatte
tiranni, demoni e neanche signori della guerra, ma autorit democraticamente elette, rappresentanti
del popolo, manager efficienti e tecnocrati che producono beni e servizi? Una societ prospera ed
efficiente?
Contro questa spaventosa razionalit, le forme di protesta sembrano cos spaventosamente
irrazionali ed emotive: manifestate, vi fermate e tornate a manifestare; fate sit-in, organizzate
dibattiti e raduni, e tornate a manifestare; cantate e ballate, vi vestite e vi denudate in segno di
protesta...
Tutto questo rifiuto di conformarsi non ha principalmente la funzione di sfogo, di un'effimera
terapia individuale...?
Certo, ci sono casi di vero eroismo che finiscono in prigione, e nel silenzio, nell'ostilit e
nell'indifferenza di tutti. E ci sono, a sostegno della protesta emozionale, spontanea, istintiva, progetti
educativi ben ragionati, biblioteche intere di analisi sociologiche e psicologiche: (neo-capitalismo e
neo-colonialismo; critica della cultura di massa, del linguaggio, ecc.). Raramente una societ  stata
oggetto di una critica cos radicale, e in modo cos diffuso e pubblico, con un cos alto livello di libert
e legittimit, e mai prima d'ora una critica radicale  stata cos facilmente assorbita, spuntata, comprata,
venduta e consumata: futilit nella libert!
Le ragioni di questa futilit sono radicate nella stessa struttura della societ opulenta che
opera non solo dietro un velo ideologico, ma anche dietro un fitto velo materiale, il velo della sua
opulenza, reale e tuttavia ipocrita, falsa, soffocante.
Reale abbastanza da estendere i suoi benefici a una parte crescente della popolazione, e pertanto
in grado di reprimere il bisogno vitale del cambiamento; reale abbastanza nel potere onnipresente di
legittimare la violenza; ipocrita abbastanza da usare questi benefici (e questi poteri) per finanziare,
organizzare, e proteggere lo sfruttamento, la repressione e la guerra all'estero; ipocrita abbastanza da
praticare sistematicamente lo spreco e la distruzione delle risorse proprio in mezzo alla povert e alla
miseria.
E questo feticismo delle merci opulente annebbia la coscienza della popolazione amministrata:
sono pronti a comprare prodotti e il sistema glieli produce, pagano il prezzo in moneta mentre
il prezzo in vite umane  pagato da altri, in paesi lontani.
Questo , accademicamente parlando, il topos sociologico e psicologico della guerra in
Vietnam:  l'obiettivo principale della protesta, anche l dove sembra non costituirne esplicitamente
l'obiettivo.
Non ci interessa discutere in questa sede se questa guerra sia in senso marxista una guerra
imperialista, ma capire come questo singolo fatto influenzi l'intera societ, la vita di ognuno di noi.
Il fatto che la pi produttiva, efficiente e finanziata macchina di distruzione viene scatenata
contro uno dei popoli pi poveri e deboli della terra, senza riuscire a metterlo in ginocchio, questo fatto
richiede, per essere giustificato e rafforzato, la mobilitazione metodica e scientifica della mente e del
corpo, della coscienza e dell'inconscio, a sostegno del massacro.
Il che significa: assuefazione, familiarit e indifferenza della popolazione alla crudelt, alla
violenza, all'ipocrisia, all'inganno come strumenti normali della vita quotidiana, privata e nazionale; un
processo di abbrutimento che influenza e permea l'intero universo del discorso e del comportamento,
diffondendo ovunque l'aggressivit primaria.
Esempi dal linguaggio che, nella mescolanza di piacere e morte, sesso e omicidio, trovano la
loro controparte nella pubblicit commerciale della societ opulenta... La tigre nel motore1.
Questa societ opera come un potente e virile psichiatra: rafforza le pulsioni e i bisogni
istintuali, adattandoli a un Principio della Realt che organizza sempre pi efficacemente l'energia
aggressiva, indebolendo cos l'energia degli Istinti di Vita, reprimendo o deviando i loro bisogni.
(E come pu competere uno slogan autentico come fate l'amore, non fate la guerra contro
una forma di vita che copula amore e guerra, trasformando la guerra in massacro e l'amore in
oscenit?)
Questa sindrome istintuale rafforza la societ del benessere: il piacere  messo al servizio
dell'aggressione socialmente utile e, grazie a questa coordinazione, la societ opera come un sistema
chiuso: un tutto in cui tutti gli elementi sono coordinati (non da una cospirazione, ma dalla sua cieca
dinamica!). In modo tale che ogni elemento partecipa alla negativit del tutto, e le sue stesse forze
pluralistiche si uniscono in sua difesa.
La stessa protesta contro il tutto  un elemento del tutto: non riesce a trovare un suo linguaggio,
il mezzo per trasmettere i suoi contenuti; non riesce a identificare il suo obiettivo, perch tutti i
linguaggi e tutti i media appartengono all'Establishment.
L dove la razionalit viene interamente definita dall'Establishment, l'opposizione, il conflitto
e il rifiuto devono apparire irrazionali; e l dove tutti i fini positivi diventano problematici (l'idea
tradizionale del socialismo!), o vengono assorbiti e ridefiniti dall'Establishment, la protesta sar
all'inizio negativa: da qui il sospetto verso ogni ideologia, programma, promessa; da qui il sospetto
contro ogni scelta tra mali minori (ma anche tra beni minori!); il rifiuto di accettare e di apprezzare un
gioco truccato.
Respinta dalla Ragione, accaparrata dal sistema, la protesta trova le sue radici nella dimensione
sub-razionale, biologica. Qui esprime l'emergere dei nuovi bisogni istintuali: anti-bisogni contro i
bisogni predominanti, anti-aggressivi, e in questo senso energia erotica, che si annuncia come
anti-comportamento, anti-linguaggio, anti-immagini.
In questa dimensione, i valori morali, sessuali, estetici e politici si fondono: l'inconscio mette in
moto la coscienza e lotta per darle nuove direzioni e nuovi concetti.
In questa forma caotica, la protesta  diffusa tra la popolazione: non si identifica con un gruppo
o una classe in particolare (sebbene naturalmente sia pi forte tra i giovani).
Queste radici biologiche rivelano la forza della protesta negli individui, ma indicano anche la
sua debolezza politica: la protesta non  organizzata in nessun modo effettivo, e pertanto tende a
esaurirsi se messa di fronte alla forza o alla sua stessa futilit.
Tuttavia, credo che in questa emergenza e attivazione di bisogni e aspirazioni diversi dagli
obiettivi economico-politici tradizionali stia emergendo una forza progressiva, affermativa.
Qui sta la differenza con la vecchia sinistra: l'idea tradizionale di socialismo sembra inadeguata
a definire la differenza qualitativa della nuova societ. In breve, nelle societ avanzate, il proletariato
non  pi una forza rivoluzionaria; lo sviluppo delle forze produttive non costituisce il problema pi
urgente, e quindi neanche il simbolo di una differenza qualitativa; il controllo collettivo..., sebbene
sia un prerequisito, non garantisce un mutamento essenziale nella forma di vita, a meno che non sia
esercitato dal popolo attraverso nuovi modelli e nuovi obiettivi di vita - non in un senso astrattamente
morale, ma nel senso di una differente struttura istintuale, con bisogni non-aggressivi, non-competitivi,
autonomi (sublimati e non sublimati).
E questo, fra l'altro,  proprio quello che aveva visto Marx: il suo proletariato era per lui una
classe con bisogni rivoluzionari e per questo motivo il soggetto storico della rivoluzione!
E questo  anche ci che ha visto Freud: non vi pu essere un mutamento nel Principio della
Realt senza prima un risanamento delle ferite inferte da una societ repressiva ai bisogni istintuali
dell'uomo; non vi pu essere mutamento che non generi bisogni e impulsi in grado di contrapporsi e di
sottomettere i bisogni e gli impulsi amministrati dalla societ aggressiva.
Ma ora: quali sono questi contro-bisogni, e chi sono i loro soggetti (potenziali)?
Nessuna speculazione!
Essi si manifestano come contraddizione alla sindrome dominante: ovvero, il loro
soddisfacimento implica il soggiogamento di quei bisogni dominanti che, tanto nei produttori quanto
nei consumatori, sostengono e riproducono la societ aggressiva.
Ancora una volta Freud ci viene in soccorso!
La principale contro-forza all'energia aggressiva  l'energia erotica, nella misura in cui
costringe l'aggressione al servizio degli Istinti di Vita, e lotta per unificare, pacificare, e proteggere la
vita.
Ecco l'elemento politico nascosto in questa energia: nascendo dalle relazioni interpersonali
tra individui, ma trascendendole, l'energia erotica lotta per trasformare l'ambiente naturale e sociale in
un ambiente di soddisfazione e di pace, lotta per ridurre la violenza distruttiva, per eliminare la
brutalit, la crudelt e la bruttezza.
Questi sono gli elementi istintuali, erotici ed estetici propri di qualsiasi movimento radicale
nella storia. E viceversa: senza sublimazione politica, senza trascendenza politica, la ribellione morale,
sessuale ed estetica resta un fatto privato, e in ultima analisi che si sconfigge da sola.
Una sublimazione politica che non reprima e neppure devii l'energia erotica, ma che, al
contrario, cerchi i modi per liberarla, nel tentativo di creare un ambiente per la sua realizzazione.
Ora, per quanto riguarda i potenziali soggetti desiderosi di questo mutamento, io credo che in
questa societ tutti noi abbiamo contro-bisogni, e che la loro repressione da parte della societ abbia
raggiunto la soglia della coscienza, che spinge all'azione.
Certo, abbiamo solo una vaga immagine di ci che vogliamo, ma almeno sappiamo ci che non
vogliamo: guerra, brutalit, insegnamento dell'ignoranza, ipocrisia, nonch lo sfruttamento delle pi
grandi risorse intellettuali e materiali dell'uomo per sprechi e gratificazioni sostitutive.
E' semplicemente logico che l'opposizione, in virt della sua componente erotica, si
concentri tra i giovani e tra gli intellettuali, visto che oggi  necessario possedere grande intelligenza
per riuscire a vedere attraverso il velo materiale: per guardare attra-verso, sentire attraverso, pensare
attraverso...
Ma per evitare di romanticizzare questo movimento di protesta: esso  davvero minacciato dalla
futilit a meno che non divenga un movimento politico. Se lo diventasse, perderebbe perdere gran parte
del suo fascino, gran parte dei suoi giovani, gran parte del suo piacere immediato, ma non perderebbe,
non dovrebbe perdere le sue canzoni e le sue danze, quelle canzoni che oggi sono, con parole e musica,
l'unico autentico linguaggio di protesta.
Ma un movimento politico, non importa quanto forti siano le sue radici istintuali, esiste solo
come movimento organizzato... Qui dobbiamo affrontare le questioni teoriche.
Ogni protesta appare futile di fronte al potere monolitico del tutto:  questo potere realmente
cos immune?
Ecco alcune indicazioni:
1) l' escalation della guerra mostra a quale grado di violenza e di brutalit questa societ 
disposta per difendere se stessa - contro i poveri! Forse questa  una guerra difensiva in cui sono in
gioco la sicurezza e la prosperit del sistema. In questo caso la fine della guerra costituirebbe la prima
seria sfida al sistema: se  realmente in grado di sopravvivere senza guerra e senza la preparazione alla
guerra! La protesta contro la guerra starebbe quindi mirando al punto pi debole e incrinato del
sistema.
2) la radicalizzazione dell'opposizione della popolazione sottoprivilegiata: non vogliamo
pi i vostri resti...
3) segnali di pericolo economico: la minaccia dell'automazione.
In realt, si tratta ancora di focolai minori in s poco preoccupanti, ma proprio a causa
dell'integrazione del sistema, a causa della totalizzazione della repressione e delle ricompense,
questo sistema  vulnerabile in ogni suo punto, e da qualsiasi punto pu espandersi la pressione.
Esempi: un incidente tecnico, un errore diplomatico, ma anche un boicottaggio di prodotti o di
mercati, una informazione (Nader e la General Motors)2, persino il licenziamento di un rettore
universitario possono mettere in moto un movimento pi ampio e attivare i suoi contenuti politici.
Parlare di futilit  forse essa stessa una razionalizzazione, oppure  l'effetto di indottrinamento
e propaganda?
E non c' un altro catalizzatore di mutamento - un catalizzatore potenziale, per la precisione, al
centro del processo produttivo: un gruppo che detiene davvero una posizione chiave da cui dipende la
riproduzione materiale della societ, cio: gli scienziati, i tecnici, gli esperti che progettano,
costruiscono e controllano l'apparato di produzione e di distruzione.
(L'incubo della vecchia sinistra: sono forse loro gli eredi storici del proletariato? L'anello pi
debole nella catena di controllo?) Certamente non oggi: ma potrebbero prendere coscienza del fatto che
scienza e tecnica, e non solo la scienza applicata, sono usate come armi politiche e materiali contro
l'umanit.
Gi oggi potrebbero fermare il massacro, se agissero in solidariet, se sentissero il bisogno
vitale di solidariet!
Ancora una volta, la struttura istintuale mutilata fa il suo lavoro: il bisogno vitale di pace 
assente, represso; pertanto, manca la coscienza e la consapevolezza dell'azione necessaria!
Ma nessun simile bisogno e nessuna simile consapevolezza devono essere risvegliati all'altra
estremit del sistema globale di repressione: qui c' la terribile ed efficace resistenza di quelli che
sostengono l'urto dell'aggressione, della crudelt e dell'odio: l'imputazione di vita e di morte del
sistema. Non si preoccupano di teoria, ideologia e giustificazione: fanno esperienza di fatti bruti e
sanno quello che significano; l, e solo l, c' il sistema nella sua verit, senza veli!
Per concludere, torniamo al Vietnam: all'origine e al contesto della protesta. Qui le forze
contendenti si scontrano in aperta battaglia, e non solo le forze militari. Un incidente rivela quali altre
forze sono mobilitate, quali altri obiettivi sono in gioco.
Dalla storia dell'invasione del delta del Mekong, il New York Times del 9 Gennaio riporta che
due VC che stavano cecchinando presso le posizioni dei Marine sono stati uccisi, ma si aggiunge
che quando i corpi sono stati esaminati, sembravano essere quelli di un giovane uomo e una giovane
donna inermi. La storia vera si trova nel rapporto dell'UPI sul Washington Daily News del 7 Gennaio:
lo sbarco non ha trovato resistenze e i primi americani a toccare terra sono stati tredici cronisti.
Comunque, due giovani vietnamiti sono stati uccisi. Il ragazzo e la ragazza camminavano, tenendosi
per mano, in una postazione dei Marines. Le sentinelle li hanno visti avvicinarsi e, non sapendo chi
fossero, li hanno stesi con una raffica di colpi. Sono morti insieme, con le mani ancora strette. Cos, le
nostre prime vittime sono state una coppia di innamorati a passeggio, aggiunge Stone....
Un incidente deplorevole, ma che svela il terrore del tutto: Morte contro Vita; Morte nella sua
forma pi efficiente ed efficace; Vita, come Eros, nella sua forma pi dolce, pi tenera.
Questo  l'aspetto nascosto, il tab della battaglia; questo  quello che ci troviamo di fronte.
La vostra protesta, la nostra protesta, deve essere per il rovesciamento dei ruoli, la Vita contro
la Morte.
NOTE
* Dattiloscritto in lingua inglese di un discorso tenuto a Berkeley il 16 Febbraio 1967,
conservato nel Marcuse Archiv insieme al testo di un'altra conferenza del 30 marzo 1967 sulla Nuova
Sinistra (HMA 317.01). Il testo presenta diversi interventi a penna di Marcuse e mantiene una forma di
appunti da sviluppare nel corso dell'esposizione. Rimasto inedito,  pubblicato qui per la prima volta.
1 Non  chiaro cosa Marcuse voglia dire. La frase  probabilmente incompleta e prevedeva nella
esposizione una serie di esempi presi dal linguaggio comune. Nel dattiloscritto, infatti, si trova
un'integrazione a penna di Marcuse posta prima del capoverso successivo che annuncia una citazione
non inserita nel testo. Metti una tigre nel motore  comunque uno slogan pubblicitario di grande
successo adottato dalla met degli anni Sessanta dalla Exxon Mobil Corporation, multinazionale
americana del carburante poi divenuta Standard Oil (N.d.C.).
2 Nel 1965 Ralph Nader, a quel tempo leader del movimento dei consumatori, pubblica presso
l'editore Grossman Unsafe at any speed, un libro-inchiesta in cui denuncia come instabile e soggetta ai
ribaltamenti la Chevrolet Corvain, messa in commercio nel 1959 dalla General Motors e pensata come
alternativa al Maggiolone della Wolkswagen, di grande successo in quegli anni negli Stati Uniti.
Poco dopo la National Highway and Traffic Safety Administration (NHTSA) apr un'inchiesta a carico
della General Motors. L'effetto fu un crollo delle vendite e la sospensione del modello.
II. LA RIVOLTA GLOBALE
IMPRESSIONI SUL MAGGIO FRANCESE E IL MOVIMENTO TEDESCO*
Il movimento  cominciato in modo del tutto innocente... come movimento per la riforma
universitaria. A scatenare tutto una manifestazione a Nanterre, la nuova sede distaccata dell'Universit
di Parigi, in seguito a misure disciplinari contro gli studenti che avevano preso parte a una
manifestazione contro la guerra in Vietnam. Hanno fatto seguito manifestazioni nella stessa Parigi, alla
Sorbona, in cui le rivendicazioni erano quelle usuali e precisamente la necessit di riformare
radicalmente una struttura universitaria assolutamente superata e medievale. In particolare si
richiedeva: l'assunzione di mille nuovi professori, la costruzione di nuove aule e facilitazioni per la
ricerca in biblioteca, nonch una vera riforma del sistema di esami cos rigido e folle. Per conferire
maggior peso a queste richieste, gli studenti stavano manifestando, principalmente nel cortile della
Sorbona. Per una ragione mai chiarita - la manifestazione era infatti assolutamente pacifica - il rettore
dell'Universit, probabilmente su suggerimento del ministro degli Interni, ha chiesto alla polizia di far
sgomberare il cortile. La polizia  comparsa e ha invaso la Sorbona per la prima volta nella storia di
questa universit.
Si tratta di una vera novit storica. Le universit europee sono immuni dalle incursioni della
polizia. Un'antica tradizione in Francia come in altri paesi europei vuole che la polizia non entri
all'universit. E' stata questa la prima volta nella storia che la polizia  intervenuta sgomberando con la
forza il cortile e ferendo centinaia di studenti. Ha fatto seguito una delle pi grandi manifestazioni,
partita dalle periferie pi remote di Parigi per convergere al Quartiere Latino. La Sorbona, nel
frattempo, era stata chiusa e tutta la zona circostante occupata e bloccata dalla polizia. Gli studenti,
quindi, hanno cominciato a chiedere che l'universit venisse riaperta e che il Quartiere Latino, che era
considerato il loro quartiere, fosse liberato dalla presenza della polizia e tornasse ad essere il loro
quartiere.
Pertanto, tutti si sono diretti alla Sorbona e, quando si  diffusa la notizia che la polizia avrebbe
nuovamente sgomberato la zona con la forza, sono state costruite delle barricate. Si  trattato di un
evento veramente spontaneo. Gli studenti hanno preso diverse automobili parcheggiate, non solo in
strada ma anche, come  consuetudine a Parigi, sui marciapiedi e, infischiandosene della propriet
privata, le hanno ribaltate e poste in mezzo alle strade. Non sui boulevards, che sarebbe stato
impossibile, ma sulle vecchie viuzze dietro la Sorbona. Sopra le auto hanno posto tutto ci che
capitasse loro per le mani, rifiuti, cartoni, lattine. Poi hanno staccato la segnaletica stradale, senso
unico, stop, o altro, e con questi segnali hanno distrutto il manto stradale. Non vi sto dicendo questo
per mostrarvi come si fa una rivoluzione, non la potreste comunque fare qui poich il manto stradale 
fin troppo duro. Con quella segnaletica hanno smantellato il vecchio pav parigino, di cui si erano gi
servite la rivoluzione del '48 e quella del 1870, e lo hanno utilizzato per armarsi contro la polizia. Si
sono armati anche di caschi, lattine e catene d'acciaio, buttando sulle barricate, sulle automobili,
qualsiasi cosa trovassero (specialmente grate di ferro che era facile trovare per strada vicino agli alberi)
e con questi oggetti hanno eretto un muro alto circa tre metri e mezzo-quattro: lo slogan non era
attaccare la polizia, ma affrontarla sulle barricate.
Tutto  andato liscio fino alle due e mezzo del mattino, quando la polizia ha ricevuto l'ordine di
sgomberare le strade e di rimuovere le barricate. A quel punto la polizia ha fatto irruzione con granate,
lacrimogeni e, a quanto si dice, con gas a base di cloro, cosa che  stata smentita, ma che i fatti
sembrano invece ... confermare. Io stesso ho visto gli studenti con i volti tutti arrossati... con gli occhi
stropicciati e infiammati. L'obiettivo era naturalmente quello di riuscire ad evacuare le barricate.
Nessuno pu resistere a questi gas senza una maschera. Se gli studenti avessero avuto una
maschera antigas probabilmente avrebbero potuto sconfiggere la polizia, poich i poliziotti parigini non
hanno armi da fuoco, non hanno pistole e fucili. Hanno solo i loro manganelli e un'arma davvero
crudele: i loro mantelli sono piombati e vengono usati per picchiare duramente. Gli agenti di sicurezza
hanno invece fucili, carabine (sic), che per sono una garanzia per gli studenti, perch  pi difficile
sparare nella mischia con un fucile che con una pistola o un'arma piccola.
Ad ogni modo: il gas ha costretto gli studenti ad abbandonare le barricate e a fuggire, mentre a
quanto pare la polizia si  messa a lanciare bombe incendiarie, dando fuoco alle barricate. Vorrei
specificare che per tutto il tempo, ed  questa la principale differenza tra gli eventi parigini e quelli del
nostro paese, la popolazione del quartiere ha senza alcun dubbio simpatizzato con gli studenti. E infatti
dalle finestre degli appartamenti  volato di tutto contro la polizia (vocio e chiasso) ... Sapete, i vasi da
notte sono ancora utilizzati a Parigi (risate) e sono stati utilizzati in quell'occasione insieme ad altri
rifiuti. La polizia per tutta risposta ha sparato lacrimogeni negli appartamenti.
Gli studenti hanno dunque dovuto lasciare le barricate. Hanno provato a fuggire ma si sono
ritrovati incastrati nelle loro stesse barricate, poich erano state erette su entrambe le uscite della strada
e dunque non hanno trovato un varco per defluire. Un professore  stato letteralmente bastonato. A
questo proposito vorrei aggiungere che ogni professore presente si  schierato energicamente con gli
studenti dall'inizio alla fine. Sono usciti per le strade, sono stati con loro sulle barricate e li hanno
aiutati in ogni modo possibile. Bloccati dalla barricata in fondo alla strada, gli studenti sono stati
dunque facile preda dei poliziotti. Ci sono stati circa ottocento feriti, di cui circa
trecentocinquanta/quattrocento poliziotti. Non male come bilancio! (risate) Ma questo non ha
significato la fine della dimostrazione e della protesta.
Il suo giovane leader, C-B1, che ha organizzato le barricate e le ha difese fino alla fine, ovvero
fino alle sei del mattino, quando  stata persa la battaglia per le strade, ha detto: adesso c' solo una
cosa da fare, lo sciopero generale. E in un'ora  andato dal pi potente sindacato francese, ottenendo
che i grandi sindacati indicessero lo sciopero generale per il luned successivo.
Come sapete, lo sciopero  riuscito al cento per cento. Vorrei per spiegare perch credo che
questo evento sia di cos grande importanza. In primo luogo, esso dovrebbe guarire una volta per tutte
chi ancora soffre del complesso di inferiorit da intellettuale. Non c' alcun dubbio che, in questo caso,
gli studenti hanno mostrato ai lavoratori cosa si potesse fare e che i lavoratori hanno seguito... lo slogan
e l'esempio degli studenti. Gli studenti sono stati letteralmente l'avanguardia, non di una rivoluzione,
poich non si  trattato di una rivoluzione, ma di un'azione che  sfociata spontaneamente in un'azione
di massa. E sta proprio qui a mio giudizio il punto decisivo. Ci a cui abbiamo assistito a Parigi in
queste settimane  l'improvviso risorgere e riaffermarsi di una tradizione, e questa volta una tradizione
rivoluzionaria, che  stata latente in Europa fin dagli anni '20: l'allargamento e l'intensificazione
spontanea delle manifestazioni, dalla costruzione delle barricate all'occupazione degli edifici - prima le
universit, poi i teatri, infine le fabbriche, gli aeroporti, le stazioni televisive e quant'altro -
occupazioni, naturalmente, non pi condotte solo dagli studenti, ma, gradualmente, dagli stessi
lavoratori e impiegati di queste istituzioni e di queste aziende.
Il vecchio movimento di protesta  stato al principio violentemente condannato dai sindacati
controllati dal Partito Comunista e dal quotidiano comunista L'Humanit. Non erano solo diffidenti nei
confronti degli studenti, li hanno diffamati, ricordandosi improvvisamente di quella lotta di classe che il
partito comunista ha per molto tempo, per decenni, congelato, denunciando gli studenti come giovani
borghesi, dicendo che non volevano avere niente a che fare con loro e che non prendevano ordini da
giovani borghesi; un atteggiamento comprensibile se si considera che l'opposizione studentesca  stata
fin dall'inizio rivolta non solo contro la societ capitalista francese oltre i confini specifici
dell'universit, ma anche contro la costruzione stalinista del socialismo.
Questo  un punto davvero rilevante. In definitiva, l'opposizione si  rivolta anche contro il
partito comunista francese che, pu sembrare strano in questo paese, era considerato ed  considerato
parte e ingranaggio del sistema, in quanto partito che non  ancora di governo, ma che aspira a
diventarlo il prima possibile. E per anni in Francia  stata proprio questa la politica del partito
comunista. Non  facile trovare una risposta al perch questo sia potuto accadere. Come ho detto, in
principio il movimento era limitato all'universit e le rivendicazioni ruotavano inizialmente attorno a
riforme accademiche all'interno dell'universit. Ma ben presto ci si rese conto che, dopotutto,
l'universit  parte della societ pi estesa, del sistema, e che il movimento non poteva farcela se non si
estendeva al di l dell'universit e raggiungeva le parti pi vulnerabili della societ nel suo complesso.
Altrimenti sarebbero rimasti isolati. Da qui, molto prima che gli eventi precipitassero, il tentativo
sistematico di convincere attivamente i lavoratori. Nonostante la proibizione dei sindacati di schierarsi
con il movimento di protesta, gli studenti sono stati ascoltati nelle fabbriche, negli stabilimenti di Parigi
e della periferia parigina. L hanno parlato con i lavoratori ed hanno manifestamente trovato simpatie e
adesioni, soprattutto tra i giovani lavoratori.
Pertanto, quando sono scesi realmente in strada, quando hanno cominciato a occupare edifici,
questi lavoratori hanno seguito il loro esempio e hanno unito le loro voci, le loro rivendicazioni,
soprattutto per migliori condizioni di lavoro e salari pi elevati, a quelle accademiche degli studenti.
Lavoratori e studenti hanno proceduto insieme in modo spontaneo e per nulla coordinato, e cos il
movimento studentesco  diventato realmente un movimento sociale pi ampio, un pi ampio
movimento politico. Solo in questo momento, quando gi centinaia di migliaia di lavoratori erano in
sciopero e avevano occupato le fabbriche di Parigi e della periferia, il sindacato controllato dal partito
comunista, la Cgt2, ha deciso di appoggiare il movimento e di proclamare ufficialmente lo sciopero e la
manifestazione. E' la politica seguita per decenni: non appena un movimento minaccia di sfuggire di
mano e si sottrae al controllo del partito comunista, viene appoggiato immediatamente e in questo
modo se ne assume il controllo e l'organizzazione. Per quanto riguarda le richieste politiche, forse
possono essere sintetizzate cos: contro il regime autoritario in Francia, per una politicizzazione
dell'universit, cio per stabilire un nesso visibile ed effettivo tra ci che viene insegnato in aula e ci
che accade realmente fuori; per colmare il divario tra un metodo di insegnamento e un corso di studi
medievali e antiquati e la realt, quella terribile e misera realt che si trova fuori dalle aule.
Politicizzazione dell'universit, completa libert di parola ed espressione, e una formazione
qualificante davvero interessante.
Cohn Bendit ha dichiarato in molte occasioni che sarebbe un abuso della libert di parola e di
espressione tollerare i protagonisti della politica americana e i difensori della guerra nel Vietnam
(applauso). Il diritto alla libert di parola non dovrebbe essere quindi interpretato come tolleranza nei
confronti di coloro che, con la loro politica e la loro propaganda, stanno lavorando per abbattere gli
ultimi residui di libert ancora esistenti in questa societ e di quelli che stanno trasformando il mondo,
o almeno la maggior parte del mondo, in un dominio neocoloniale3. Questo  stato dichiarato in modo
molto chiaro. Un'altra richiesta  stata la creazione di nuovi posti di lavoro. Un grosso motivo di
scontento, una delle reali paure che assillano gli studenti  quella, dopo anni di studio e di formazione
nelle universit, principalmente in ambito scientifico come scienziati, ingegneri, tecnici, ecc., di non
riuscire a trovare alcun impiego. Infatti la disoccupazione  ancora molto alta in Francia e tutta questa
generazione rischia di non trovare un lavoro. Questo lega direttamente la rivendicazione accademica
con quella politica, con la protesta contro la societ costituita. In questo senso il movimento 
decisamente o, se preferite, diventa spontaneamente una manifestazione socialista e un movimento
socialista, ma, come ho detto e come voglio continuare a ripetere, un movimento socialista che rifiuta
fin dal principio la costruzione repressiva del socialismo che  prevalsa nei paesi socialisti fino ad oggi.
Questo pu spiegare il prevalente orientamento maoista tra gli studenti, che la stampa comunista
utilizza per denunciare gli studenti come trotskysti, revisionisti e maoisti; maoisti nel senso che Mao, in
un modo o nell'altro,  o  divenuto un simbolo per la costruzione di una societ socialista che eviti la
repressione burocratica stalinista che ha caratterizzato la costruzione dell'Unione Sovietica e del blocco
sovietico. Tutto ci esprime un altro aspetto essenziale del movimento studentesco, che penso
costituisca un terreno comune tra il movimento americano e quello francese.
Si tratta di una protesta totale, una protesta, non solo perch  nata certamente dalla ribellione
contro mali specifici, contro particolari disfunzioni, ma allo stesso tempo una protesta contro l'intero
sistema di valori, contro l'intero sistema di prestazioni richieste e praticate nella societ costituita. In
altre parole,  un rifiuto di accettare, di continuare ad accettare e a conformarsi alla cultura della societ
costituita. Non solo le condizioni economiche, non solo le istituzioni politiche, ma l'intero sistema di
valori  sentito come completamente marcio. E a questo riguardo penso che si possa parlare anche di
una rivoluzione culturale. Una rivoluzione culturale nel senso che  diretta contro l'intero sistema
culturale, inclusa la moralit della societ esistente.
Se ci si chiede perch in Francia il movimento studentesco abbia trovato l'appoggio e la
simpatia della popolazione e un supporto decisivo nella classe lavoratrice, tanto quella organizzata
quanto quella non organizzata, mentre in questo paese  stato l'esatto contrario, la risposta non pu che
essere duplice. In primo luogo, la Francia non  ancora una societ opulenta, in quanto le condizioni di
vita della maggioranza della popolazione sono ancora di gran lunga al di sotto dello standard di vita
americano. Questo ovviamente suscita una minore identificazione con il sistema, che prevale invece in
questo paese. In secondo luogo, la tradizione politica del movimento operaio francese sopravvive
ancora e in misura notevole; vorrei poi aggiungere una spiegazione quasi metafisica, e cio che la
differenza tra le prospettive di un movimento radicale in Francia e in questo paese pu essere riassunta
ricordando che la Francia dopo tutto in un solo secolo ha vissuto quattro rivoluzioni e vi  quindi una
sorta di tradizione rivoluzionaria che pu essere suscitata, riscoperta e rinnovata all'occorrenza.
A questo punto vorrei aggiungere qualche parola sul movimento studentesco in Germania. (...)
In verit posso parlare solo del movimento studentesco di Berlino, poich non sono venuto a contatto
con altre realt tedesche. E a Berlino si stava verificando un grande mutamento quando vi andai
l'ultima volta l'anno scorso4. Il movimento si  molto radicalizzato nel senso di un costante attivismo e
rifiuta qualsiasi tipo di discussione, mediazione, sforzo teoretico. Il desiderio di divenire e restare
immediatamente pratici  cos forte che si riafferma quotidianamente. E letteralmente ogni giorno si
tengono incontri alla Freie Universitt di Berlino. L'aula pi grande  a disposizione degli studenti per
riunioni politiche ed  sempre utilizzata. A proposito, l'universit di Berlino  a mio avviso l'unica che
nel suo statuto prevede la rappresentanza degli studenti. I rappresentanti degli studenti siedono nel
Senato accademico e hanno voce nelle nomine e nelle destituzioni dei docenti (applausi). E' tutto
scritto nello statuto dell'universit, che penso risalga al 1948. Questa radicalizzazione - credo se ne
possa discutere -  pericolosa, in primo luogo perch espone il movimento studentesco al confronto con
forze di gran lunga superiori a quelle che esso  in grado di affrontare. In termini meramente numerici,
il movimento studentesco a Parigi raccoglieva all'inizio 10000-15000 persone e ora ha raggiunto circa
80000-100000 persone. Ora, con questi numeri si possono occupare edifici e anche difenderli per molto
tempo, specie se si gode anche dell'appoggio della popolazione. A Berlino, niente di tutto questo. Qui
il movimento studentesco deve fronteggiare l'aperta ostilit della popolazione berlinese e l'aperta
ostilit del lavoro organizzato. Da questo punto di vista la situazione negli Stati Uniti  decisamente
migliore. Cos, in queste condizioni, una intensa politica di manifestazioni, manifestazioni che non si
vogliono come mera ritualit e che quindi rischiano il confronto con la polizia,  un'impresa pericolosa;
voglio dire per chiaramente e onestamente che si tratta di una tendenza che non pu essere frenata.
Anch'io ho cercato di farlo e di indicare questi pericoli.
E' inutile perch si tratta di un movimento che non ha pi pazienza, che non crede, e chi pu
biasimarlo per questo, nell'attuale processo democratico in Germania. E' perfettamente consapevole
della brutalit della polizia tedesca. Ed  anche a conoscenza di quanto il governo della Repubblica
federale sia pervaso di residui del sistema nazista ed  dunque consapevole della struttura ancora
autoritaria della stessa universit e dell'atteggiamento ostile della maggior parte dei professori, dei
membri della facolt. Anche questo  un elemento che differenzia notevolmente la situazione parigina
da quella berlinese. In queste circostanze, il movimento crede solo nell'azione, in un tipo di azione in
grado di far vedere e ascoltare alla gente con i propri occhi e con le proprie orecchie quello che sta
realmente accadendo, nella convinzione che, se non si riuscisse a far comprendere completamente e
direttamente le loro richieste alla societ, tutto sarebbe inutile. E la conclusione  che tanto pi
l'espressione dell'opposizione  radicale e non conformista, tanto meglio . In altre parole,
dall'incendio delle insegne alla distruzione delle vetrine e azioni simili, tutto ci viene organizzato
come un mezzo per farsi sentire e per essere visibili, come un'azione di contrasto rispetto al potere
assorbente di questa societ.
Questa posizione, tuttavia, pu assumere talvolta forme un po' spiacevoli, specialmente per i
non studenti. E soprattutto nelle universit e nelle riunioni c' una ben definita tendenza a condannare
tutto ci che non  in linea con questa politica di azione per l'azione, a condannare tutto ci come
liberale (vi risparmio il termine che vi  spesso connesso e che  urlato quando qualcuno cerca di
esprimere un'opinione che  un po' meno radicale).
In ogni caso, liberale  divenuto un anatema. Il che, se guardiamo alla tradizione del liberalismo
tedesco, e non solo,  piuttosto comprensibile. Inoltre, oggi  molto difficile contrastare questo
atteggiamento, poich, effettivamente, se si guarda all'intero movimento, se si guarda come sia
divenuto in modo straordinario, oltre la sua stessa volont, un movimento internazionale, e quindi
l'unica vera opposizione internazionale che abbiamo oggi, ci si sente piuttosto esitanti e molto riluttanti
ad accusare anche i tratti eccessivi e troppo prematuramente radicali del movimento. Si sente il dovere
di identificarsi con esso sperando che attraverso difficolt ed errori il movimento guadagni forza e allo
stesso tempo intensifichi la sua organizzazione e il suo coordinamento internazionale. Bene, penso che
questo sia tutto quello che volevo dire per cominciare.
DIBATTITO
1. E' d'accordo con quanti sostengono che non bisognerebbe essere liberi di parlare a favore
della guerra nel Vietnam ... (continuazione confusa... qualcosa relativa alla libert di parola)?
Dichiaro pubblicamente di sostenere questo punto di vista, s (applauso). Io non dico che non
dovrebbero essere tollerati quelli che non sono d'accordo con me. Io ho detto e dichiarato
esplicitamente che, in una societ veramente democratica, quelli che difendono e sostengono la guerra
nel Vietnam non dovrebbero godere del diritto democratico alla libert della parola (applauso). La loro
politica mina la democrazia, almeno quella che ancora esiste. Non si tratta di essere soltanto in
disaccordo con me.
(Domanda successiva) Cosa escluderebbe? Forse un'altra filosofia? L'oggettivismo?
No. Come sapete, la filosofia mi piace moltissimo e so che non esiste oggi alcuna filosofia che
possa costituire un reale pericolo per il mantenimento del sistema esistente o per il suo mutamento in
uno migliore.
Voglio che sia perfettamente chiaro che il concetto di tolleranza repressiva non ha
assolutamente niente a che fare con qualsiasi tipo di censura dell'arte o della letteratura, della musica,
della filosofia o di qualsiasi altra forma espressiva. Questo  assolutamente escluso. Io sto solo
parlando di astenersi dal tollerare quei movimenti che hanno dimostrato il loro carattere aggressivo e
distruttivo.
2. Leggi di emergenza in Germania ed effetti sul movimento.
La legislazione di emergenza che sta per essere discussa nel Parlamento tedesco, e che con ogni
probabilit sar approvata,  a mio avviso la pi inquietante proposta di legge che si sia mai vista. Essa
fornisce al governo in una situazione di emergenza il potere di sospendere le pi importanti garanzie
costituzionali e consente per esempio la condizione fantastica di poter mobilitare e usare le forze
armate all'interno. Non c' da stupirsi che oggi il movimento studentesco in Germania sia in primo
luogo impegnato contro la legislazione d'emergenza. Temo tuttavia che non otterr grande successo e
che invece la legislazione d'emergenza sar approvata con il sostegno del partito socialdemocratico.
Vorrei aggiungere in questa sede che questo  un tipico esempio che confuta le usuali
argomentazioni che vengono continuamente ripetute quando si parla dell'attuale ribellione studentesca,
e cio che questo radicalismo della sinistra nella situazione odierna pu servire solo a rafforzare la
destra.  il ben noto argomento per cui non si deve provocare l'avversario. Ma io devo ancora vederla
un'opposizione che non provochi l'avversario. Anzi proprio questo  il vero obiettivo dell'opposizione,
a prescindere da quanto si dice e si fa oggi, una tendenza questa internazionale. La sinistra, soprattutto
la sinistra studentesca,  gi accusata di accrescere le fila dei movimenti estremisti di destra in Europa,
e non solo in Europa. Lo stesso si diceva per l'agitazione comunista e socialista nel periodo prenazista
e cos via. Penso che, una volta per tutte, si debba dire come questa argomentazione sia una evidente
falsificazione storica. L'esempio  quanto successo durante la Repubblica di Weimar: Hitler and al
potere non perch la sinistra era troppo radicale e troppo forte, ma al contrario perch la sinistra non era
abbastanza radicale e abbastanza forte. La sinistra era divisa e questa spaccatura, questa debolezza della
sinistra, rese possibile alla destra la conquista del potere. Pertanto, questa argomentazione (...) 
confutata dall'evidenza storica.
3. L'alleanza tra studenti e mondo del lavoro.
E' possibile. Penso per pi probabile che il movimento rester ancora diviso e che le questioni
verranno decise separatamente.
L'estrema destra  relativamente inattiva (in Francia). Come  ormai usuale oggi, l'opposizione
contro il movimento di protesta non proviene principalmente da quella che viene definita estrema
destra, ma dal centro, cio dallo stesso governo. Penso che questo sia un mutamento importantissimo -
un mutamento che penso sia un riflesso della guerra al nazismo e al fascismo, dove ovviamente i partiti
di estrema destra non sono ben visti e pertanto non possono essere considerati i pi adeguati
rappresentanti della destra.
(L'attacco totale alla societ)  cosciente o almeno semicosciente soprattutto tra gli studenti. Per
quanto riguarda i lavoratori, sembra essere ancora la tradizionale protesta sindacale. Dico sembra
perch  evidente come questo non valga per i lavoratori, che sono altamente insoddisfatti dei sindacati
e che non si accontentano di aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro. Per esempio,
vi aggiungono la richiesta molto politica di porre fine al regime personale e di una reale ed effettiva
libert di parola, di espressione, di assemblea e cos via. Il carattere totale del movimento (...) non 
quindi coscientemente e metodicamente dichiarato e praticato. Emerge chiaramente dalle affermazioni
degli studenti (...) nella opposizione operaia  ancora molto pi debole.
4.  Europa
La Cecoslovacchia  ancora molto legata alla tradizione del periodo stalinista. E, senza dubbio,
si pu dire che la repressione terroristica, il completo controllo di tutte le forme di libert di espressione
e la repentina repressione di tutte le opinioni divergenti,  apparsa sempre pi arbitraria e gratuita
quanto pi il raggiungimento di una discreta situazione economica e quella politica sembravano
assicurati. Al momento, sembra che le difficolt siano principalmente di natura economica e la richiesta
va in direzione di riforme economiche che alleggeriscano o eliminino il controllo estremamente
centralizzato, e che introducano nel sistema socialista forme tipiche dell'economia capitalista, come gli
incentivi, il profitto come incentivo, un alto grado di autorit garantita al management delle singole
imprese, e cos via. Accanto alla liberalizzazione economica  stata cos richiesta una liberalizzazione
culturale, ovvero l'abolizione della censura e della censura preventiva, del rigido controllo del partito
imposto agli scrittori, ai filosofi, ai professori, agli intellettuali in generale. In questo caso il movimento
non  orientato contro la societ costituita in quanto tale, ma contro i controlli post-stalinisti che sono
considerati nemici della stessa societ socialista.
5. Se la ribellione studentesca non  una rivoluzione, qual  la sua natura?
Ci che viene definito il carattere pragmatico del movimento  secondo me un aspetto del pi
profondo sentimento di diffidenza nei confronti delle ideologie tradizionali, che si sono dimostrate
false. Un carattere decisamente pragmatico. Io non ho definito e non definirei rivoluzionario il
movimento, poich credo che n in Francia, n certamente qui, in questo paese, stiamo vivendo una
situazione rivoluzionaria o prerivoluzionaria. E' sulla base di questo assunto e sulla base di una vera
comprensione degli eventi che dovremmo agire, e sarebbe irresponsabile gravare il movimento di oggi
con il concetto di rivoluzione o di rivoluzionario. Certamente non penso sia questa l'intenzione degli
studenti francesi, n penso che dobbiamo attribuirgliela. Essi stessi non considerano il loro movimento
gi come una rivoluzione. Credo invece che lo si possa considerare come un anello nella catena degli
eventi interni e internazionali in grado di mutare la situazione globale, e penso che l'esperienza degli
ultimi mesi abbia confermato le mie ipotesi.
(...) Penso che si possa sostenere certamente una cosa: che l'idea tradizionale di rivoluzione e la
strategia tradizionale della rivoluzione siano morte. Sono state semplicemente superate dallo sviluppo
della nostra societ. L'ho detto in precedenza e lo ripeto adesso perch penso che in questa situazione
niente sia pi necessario del buon senso: l'idea che un giorno o una notte un'organizzazione di massa,
un partito di massa o masse di qualsiasi tipo marcino su Washington e occupino il Pentagono e la Casa
Bianca e rovescino il governo,  assolutamente fantascienza, semplice-mente non corrisponde affatto
alla realt delle cose. Se esistessero realmente queste masse e se ci accadesse, in ventiquattr'ore
un'altra Casa Bianca verrebbe istituita in Texas o in North Dakota e l'intera cosa finirebbe in un batter
d'occhio. Dobbiamo abituarci a disabituarsi a quest'idea di rivoluzione ed  questo il motivo per cui
credo che quello che sta succedendo in Francia oggi sia particolarmente significativo, e potrebbe essere
decisivo, ed  esattamente il motivo per cui insisto sul carattere spontaneo di questo movimento e sul
suo modo spontaneo di diffondersi. Ho detto spontaneo e mi soffermo su questo concetto, ma sappiamo
benissimo che non esiste spontaneit che non venga agevolata un po' per divenire realmente spontanea,
e questo  esattamente il caso della Francia - ho ricordato prima il lavoro preparatorio degli studenti
nelle fabbriche, le discussioni con gli operai e cos via - tuttavia, se paragonato con il lavoro delle
tradizionali organizzazioni di opposizione, questo  stato un movimento spontaneo, che finch ha
potuto non ha messo in discussione le organizzazioni esistenti, partiti politici e sindacati, ma
semplicemente  andato avanti. In altre parole, per una ragione o per un'altra, ad un certo punto
centinaia di migliaia e, come dovrebbe apparire ora evidente, milioni di persone non ne hanno potuto
pi. Non hanno pi voluto alzarsi la mattina per andare al lavoro e affrontare la stessa routine, ascoltare
gli stessi ordini, adattarsi alle stesse condizioni di lavoro ed eseguire le medesime prestazioni.
Semplicemente hanno cominciato a sollevarsi; e cos, se non stavano a casa e se non andavano al
lavoro, hanno trovato altro da fare. Hanno occupato le fabbriche e le officine, e non come selvaggi
anarchici: solo ieri  giunta la notizia che si sono presi meticolosamente cura dei macchinari e che
hanno sempre controllato che nulla venisse distrutto o danneggiato. Non hanno consentito a nessun
estraneo di entrare e cos via. Con questa azione hanno dimostrato che, in un modo o nell'altro,
considerano tutto questo affar loro, qualcosa che appartiene loro o che avrebbe dovuto appartenergli, e
questo  il motivo per cui lo occupano. In altre parole, questa  una espressione di quello che io
considero il carattere generale della protesta, poich, come sapete, la strategia tradizionale della classe
operaia non appoggia ufficialmente l'occupazione delle fabbriche e in questa tradizione anche la
propriet privata mantiene una certa sacralit; e quando ci  avvenuto,  stato contro la politica dei
sindacati e con un alto grado di spontaneit. Ecco, appunto (...) questo carattere spontaneo attraverso
cui il mutamento annuncia se stesso, penso sia l'elemento di novit (...) che supera qualsiasi
organizzazione tradizionale e coinvolge la popolazione direttamente e immediatamente. Adesso,
ipotizziamo che (...) la paralisi in Francia continui e si diffonda; ripeto, si tratta di un'ipotesi irreale, ma
solo per fare un esperimento poniamo quest'ipotesi, che la paralisi continui e che il governo fallisca. Se
cos fosse avremmo un'immagine chiara di come un sistema possa collassare, poich nessun tipo di
societ potrebbe tollerare un periodo cos lungo di paralisi.
Ma la protesta contro i valori borghesi della societ si manifesta non solo nell'atteggiamento
alquanto irrispettoso nei confronti della propriet privata, ma anche nel rifiuto di altri valori, per
esempio, ed  una cosa su cui si pu essere d'accordo o meno, il rifiuto del sistema tradizionale di
insegnamento e della cultura tradizionale borghese. Vi fornir un esempio concreto per mostrarvi cosa
intendo e vorrei aggiungere che in questo caso non ero dalla parte degli studenti. E' successo un anno
fa, ma situazioni analoghe si sono ripetute quest'anno. Il mio amico Adorno era stato invitato a Berlino
per tenere, all'interno di un seminario, una lettura dell'lfigenia di Goethe, un dramma che ripercorre il
tema classico dell' Ifigenia in Tauride. Bene, l'auditorium era (...) strapieno di studenti che non
volevano lasciarlo parlare, perch consideravamo indegno che nella situazione attuale, dopo l'uccisione
di uno studente nella manifestazione contro lo Sci di Persia e nel rovente clima politico berlinese, si
tenesse una conferenza su un dramma umanistico classico5. Non potevano accettarlo e ci fu una vera e
propria rivolta nell'aula, e ci volle molto per riuscire a calmarli almeno quanto basta per poter
continuare la conferenza. (...) Ho assistito a una reazione simile quest'anno a Berlino. Per esempio, 
capitato spesso che la conferenza venisse interrotta con il grido: non  il momento di occuparsi di
concetti, non  il momento di occuparsi di teorie (...) Invece di discutere qui, andiamo fuori a
manifestare per la strada davanti alla Maison Franaise. Vi dico questo solo per segnalarvi
un'attitudine, come un esempio di dove pu arrivare questa opposizione che coinvolge l'intera cultura
costituita (...) anche nelle sue manifestazioni pi sublimi. Questa cultura non ha pi molto senso per
loro. Anche se fosse bellissima, molto profonda ed elevata, non sarebbe in ogni caso appropriata. Non
c' connessione tra ci che real-mente succede in Vietnam, o dietro le barricate, o nei ghetti (...) e
questi versi meravigliosi, questi concetti elevati; scordiamoceli e vediamo cosa possiamo fare con le
nostre mani e con i nostri mezzi nella realt immediata. Si tratta, e non devo spiegarne il motivo, di un
atteggiamento pericoloso, ma comunque un atteggiamento che penso sia difficile da respingere.
(...) Ho sempre sostenuto che le universit in questo paese (...) sono ancora oasi di relativa, e
non solo relativa, libert di pensiero e di espressione. Ci sono ancora molte opportunit e molti spazi
per imparare qualcosa di importante riguardo agli accadimenti odierni. Penso che sicuramente
l'universit necessiti di riforme radicali, ma penso che queste riforme radicali debbano attraversare
l'universit senza distruggerla, perch distruggere l'universit significherebbe ridurre o annientare (...)
be', lasciatemi utilizzare un'espressione provocatoria e paradossale, distruggere l'universit
significherebbe in un certo senso tagliare il ramo che ci sostiene. Poich, dopo tutto,  proprio
nell'universit che  cresciuta l'opposizione, che  stata istruita e che viene istruita; distruggere
l'universit inevitabilmente farebbe pi male a noi che a loro. Del resto, tutti noi, ed io in primo luogo,
ci riconosciamo come parte dell'opposizione e quindi siamo un esempio vivente del fatto che
l'universit non  del tutto negativa.
Il sentimento filoamericano in Europa  pi forte nel blocco sovietico.
Se vuoi affrontare quest'aspetto personale in modo pi concreto, l'unica cosa che posso dire 
che, per esempio, nelle dichiarazioni di C-B e in altre dichiarazioni, vi  un'eco evidente del mio saggio
sulla Tolleranza repressiva, questo penso possa bastare. Inoltre, sono gli stessi studenti a dichiararlo.
Sta quindi a loro rispondere a questa domanda, non a me. Per quanto mi riguarda, io ho sempre cercato,
come filosofo e come teorico, di indicare, di offrire una critica della societ esistente, che si discostasse
il pi possibile da tutte le ideologie tradizionali, anche se sono marxiste o socialiste.
NOTE
* Nel maggio del 1968 Marcuse fu invitato a Parigi dall'UNESCO al convegno su Marx e la
pense scientifique organizzato in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita di Karl
Marx. Al convegno Marcuse espose una relazione su Re-examination of the Concept of Revolution, poi
apparsa su New Left Review, 56, luglio-agosto 1969, pp. 27-34. In quegli stessi giorni scoppi la
rivolta degli studenti alla Sorbona, cui Marcuse assistette e partecip insieme al suo giovane allievo
Andrew Feenberg. Al rientro a San Diego Marcuse fu invitato il 23 maggio dai suoi studenti della
Universit della California per raccontare a caldo i fatti parigini e pi in generale le caratteristiche
del movimento studentesco in Europa. Il testo qui pubblicato, conservato nel Marcuse Archiv (HMA
357.00),  la trascrizione del suo intervento da parte di uno dei presenti e una sintesi del dibattito che ne
segu. Originale in lingua inglese,  apparso per la prima volta con il titolo The Paris Rebellion in The
Peace News, 28 giugno 1968, pp. 6-7 e con il titolo The French Revolution, in Canadian
Dimension, vol. 5, n6, settembre-ottobre 1968, pp. 20-23.
1 Daniel Cohn-Bendit, oggi europarlamentare francese per il gruppo dei Verdi (N.d.C.).
2 Confdration Gnrale du Travail (N.d.C.).
3 Questa tesi era stata ampiamente sviluppata da Marcuse nel saggio del 1965 sulla
Tolleranza repressiva in Critica della tolleranza repressiva, a cura di H. Marcuse, B. Moore Jr. e R.P.
Wolff, Torino, Einaudi, 1968, pp. 79-105 (N.d.C.).
4 Marcuse si riferisce probabilmente al ciclo di conferenze organizzato dal Comitato
studentesco della Freie Universitt di Berlino-Ovest nei giorni 10-13 luglio 1967. Quel ciclo di
conferenze  poi confluito nel volume su La fine dell'utopia (Bari, Laterza, 1968) (N.d.r.).
5 II riferimento  a Benno Ohnesorg, giovane studente alla sua prima manifestazione, ucciso
dalla polizia a Berlino il 2 giugno del 1967 nel corso delle proteste contro il regime repressivo dello
Sci di Persia, in visita in quei giorni a Berlino. Si tratta di un episodio chiave nel processo di
radicalizzazione del movimento studentesco tedesco-federale. Il Movimento 2 giugno, la prima
organizzazione armata tedesca, prender il suo nome proprio da quell'episodio (N.d.C.).
OLTRE L'UOMO A UNA DIMENSIONE*
Dedico questa lezione alla memoria di Hans Meyerhoff non solo per motivi personali, ma anche
per ragioni sostanziali e oggettive1. Non solo perch era un intimo amico, il mio pi caro amico, ma
anche perch credo che l'opera di Hans Meyerhoff e la sua evoluzione siano di estrema importanza per
comprendere quello che accade oggi alle giovani generazioni e all'intellighenzia nel suo complesso.
Spero con questa conferenza di riuscire a esprimere e a mostrarvi il carattere esemplare del lavoro di
Hans Meyerhoff.
L'evoluzione a cui alludevo pu essere descritta in via del tutto preliminare come una strana
trasformazione della filosofia, che comporta il suo sviluppo verso la politica attraverso la letteratura e
l'arte. Questo sviluppo tende a realizzare la filosofia, ma in modo molto diverso da quello delineato da
Marx e molto diverso da quello con cui questa realizzazione viene solitamente intesa o meglio fraintesa
- ovvero come una filosofia che, invece di interpretare il mondo, deve ora darsi da fare per cambiarlo:
un'interpretazione estranea alla lettera e allo spirito di Marx.
L'attenzione di Hans Meyerhoff per la letteratura e per l'arte penso sia degna di
riconoscimento. Ha passato l'ultimo anno della sua vita assolutamente assorbito dall'interpretazione
dell'esistenzialismo, principalmente quello di Camus e Sartre. Camus, il filosofo dell'assurdo, il cui
eroe era il disperatamente felice Sisifo; Camus, il grande scettico dell'homme rvolt, che credeva
nell'esistenza di un solo vero problema filosofico: il suicidio; il cui unico vero dilemma filosofico
era se la vita fosse o non fosse degna di essere vissuta. E Camus legava il problema del suicidio a
quello della ribellione. Egli vedeva il ribelle come uno che tenta di risolvere il problema dell'omicidio:
la violenza estrema come risposta all'assurdit del mondo. E' questa la fine della filosofa? Paragonate
per un momento queste affermazioni, questa definizione dei problemi decisivi della filosofia con gli
albori della filosofia moderna, con Descartes, per cui l 'ego cogitans, il soggetto umano, ben lungi
dall'essere assurdo, impotente, suicida o assassino era la Ragione stessa, il soggetto razionale che
avrebbe trasformato il mondo nell'interesse dell'uomo: una filosofia decisamente ottimistica. Oppure
paragonate l'esistenzialismo con Hegel, per il quale il mondo era una gigantesca realizzazione della
ragione. E, invece, oggi sembra di assistere al collasso di questo intero universo del discorso e alla
ribellione contro di esso su tutti i fronti, nella teoria e nella pratica, nell'attuale rivolta studentesca, nel
Black Power Movement, nel Vietnam, a Chicago. Non si tratta di problemi normali che accompagnano
ogni societ dinamica, si tratta di una critica, di un'accusa, di un rifiuto globale. L'essenza stessa di
questa societ  stata messa sotto processo, i suoi privilegi come i suoi mali. Questa ribellione fa
esperienza dell'assurdit di questa societ, dell'assurdit della sua ragione, della distruttivit della sua
produzione e dell'intollerabile contrasto tra progresso tecnico e progresso umano. Si potrebbero
parafrasare le due notissime proposizioni di Hegel e affermare che: il reale  assurdo e l'assurdo 
razionale. Hans Meyerhoff certamente conosceva l'assurdit della vita, l'ha combattuta per la maggior
parte della sua vita e, proprio nel momento in cui sembrava avesse vinto, la sua vita gli  stata
strappata. L'assurdit ha trionfato di nuovo.
Di fronte all'attuale assurdit, quali sono oggi le possibilit della filosofa, almeno di quella
filosofia che si interessa della condizione umana? Penso si possano distinguere tre alternative. La
prima, semplicemente cancellando questo interesse, ovvero con la trasformazione della filosofia in una
tecnica professionale. In secondo luogo, un empirismo e un comportamentismo conformisti; la
reclusione della filosofia nell'universo pietrificato del discorso mutilato e dell'azione manipolata. E
terzo, la radicale trasformazione della filosofia che, come vedremo, conduce all'autotrascendimento
della filosofia.
Vorrei parlare brevemente di quest'ultima tendenza e prendere di nuovo come punto di partenza
l'esempio dello sviluppo dell'esistenzialismo. In una prima fase, l'esistenzialismo  stato caratterizzato
da un forte accento di rassegnazione e persino di riconciliazione con la realt assurda - nella visione di
Camus: Sisifo, all'inferno,  condannato per l'eternit a trascinarsi il pesante masso fino sopra alla
montagna solo per vederlo rotolare gi dopo averne conquistato la cima. Camus vuole che questo Sisifo
ci appaia felice e libero, felice e libero perch ha preso coscienza dell'assurdit, l'eterna futilit a cui
 stato condannato, e fa di questa assurdit il suo dovere e il suo desiderio, l'agire della sua libert.
Allora questo compito diventa suo, non pi impostogli dall'autorit degli Dei, lui stesso compie il
lavoro, e in questa libert  felice.
Vorrei aggiungere un'altra cosa a questa definizione paradossale della libert umana: per Sartre
la libert dell'uomo  al tal punto inalienabile che egli rimane libero anche nelle peggiori condizioni di
schiavit. Gli ebrei nei campi di concentramento nazisti condotti alle camere a gas erano
potenzialmente liberi. Poich potevano rifiutarsi di andare - nel qual caso avrebbero potuto liberamente
definire se stessi invece di accettare la definizione data loro da altri. Le conseguenze di un simile atto
erano ben note a Sartre, cos come ne siamo consapevoli anche noi.
Oggi la rivolta contro la razionalit assurda del sistema  andata oltre questo esistenzialismo; ha
rifiutato di accettare questa orribile definizione della libert umana, che serve a sostenere l'attuale
illibert. L'obsolescenza di questa filosofia  ormai chiara. E' diventata chiara sotto l'impatto di molti
sviluppi tra di loro interconnessi, che necessitano di una risposta all'assurdit molto pi militante,
molto pi radicale di quella fornita dagli esistenzialisti. Due sono le tendenze principali che chiedono
risposte pi radicali: in primo luogo, il fatto che, dopo la sconfitta militare del fascismo e del
nazionalsocialismo, i sistemi sociali di dominio e di sfruttamento sono stati restaurati, sebbene
ottimizzati, tecnicamente razionalizzati, e resi pi produttivi. Sono stati restaurati in entrambi i campi,
nell'Ovest con la riforma del capitalismo monopolistico, nell'Est sotto forma di burocrazia repressiva e
costruzione autoritaria del socialismo. Il secondo trend  l'emergere e per il momento anche il
contenimento in entrambi i campi della alternativa, la possibilit e forse l'inizio di una costruzione del
socialismo autenticamente libertaria e umanistica. Sforzi disperati in questa direzione sono stati operati
a Cuba e forse nella Rivoluzione Culturale cinese. Un terzo evento che ha radicalizzato la protesta 
stato il Vietnam, e principalmente la prolungata e vittoriosa resistenza, non solo simbolica, ma
effettiva, di uno dei pi poveri e deboli popoli della terra contro la pi grande superpotenza conosciuta
nella storia - una resistenza che ha dimostrato quanto la superpotenza fosse vulnerabile e quanto la
solidariet possa essere un'arma efficace. In quarto luogo, la ribellione all'interno della stessa
superpotenza e tra gruppi sociali diversi dalla classe operaia industriale - uno sviluppo decisivo,
altamente significativo per le prospettive del mutamento radicale.
Il filosofo rappresentativo del nostro tempo risponde a questo sviluppo. Jean Paul Sartre ha
preso egli stesso le distanze dai suoi scritti precedenti, ha compiuto il gesto simbolico di rifiutare il
premio Nobel,  passato all'azione politica diretta come membro del Tribunale Russell contro i crimini
di guerra e si sta impegnando per organizzare un congresso tra i gruppi della sinistra radicale2. Ma al
contempo continua la sua attivit di critico letterario, continua a scrivere di Flaubert e Tintoretto; la
dimensione estetica resta per lui un interesse fondamentale. La radicalizzazione appare qui in una
duplice forma: nell'attivismo politico e nell'occuparsi intensamente di letteratura e di arte;
l'immersione nella realt politica da un lato, e nel regno dell'immaginazione dall'altro. Il primo
percorso esprime il bisogno vitale di dimostrare l'impegno filosofico nei confronti dell'esistenza
dell'uomo oltre l'usuale protesta astratta e accademica. Finch l'universit e l'intero sistema culturale
continueranno a soccombere alle esigenze dello status quo e alla sua efficiente riproduzione, la critica
dovr essere condotta, al di l delle aule e al di l dello studio, nella realt esterna. Questo secondo
percorso, quello immerso nel regno dell'estetica, il regno dell'immaginazione,  internamente legato al
primo, parte dell'attivismo politico? E' possibile che lo stesso impegno politico, in virt dei suoi nuovi
obiettivi e della sua strategia, sia in grado di schiudere una dimensione della politica completamente
nuova?
Io penso che gli sforzi per un mutamento sociale radicale si confrontino oggi con un intero
universo di possibilit, idee, valori che sono stati devitalizzati, ipersubliminati, romanzati all'interno
della cultura tradizionale e che ora sembrano riempirsi di realismo e di contenuto politico. Cos,
l'immaginazione si manifesta come facolt razionale, come un catalizzatore del mutamento radicale. Le
possibilit reali di liberazione, le possibilit reali di creare una societ libera e razionale sono cos
immense, cos estreme, cos impossibili in termini di status quo, e i poteri che le ostacolano e le
discreditano sono cos forti, che lo sforzo per trasformare queste possibilit in realt deve trascendere
tutta la razionalit irrazionale dello status quo. Esse devono trovare un modo proprio di esprimersi,
devono trovare la loro strategia, il loro linguaggio, il loro stile, per non essere risucchiate nella
corruzione dell'universo politico attuale e non essere sconfitte prima ancora di essere concepite. Credo
che i ribelli di oggi abbiano preso coscienza di questa necessit, di questo bisogno di rompere con un
passato che  ancora presente.
L'apertura della societ a una nuova dimensione, questa prospettiva di rottura con la sequenza
di dominio e sfruttamento, ha il suo concreto fondamento, la sua base visibile nelle gravi tensioni
economiche del sistema globale del capitalismo delle corporations: inflazione, crisi monetaria
internazionale, accresciuta competizione tra le potenze imperialiste, aumento dello spreco e della
distruzione per assorbire il surplus economico, l'opposizione militante nelle metropoli e i movimenti di
liberazione nel Terzo Mondo. E su questa base, nuovi valori, nuove risorse e nuove capacit di
contestazione e di ricostruzione fanno la loro comparsa come forze politiche.
C' un evento simbolico che, sebbene in se stesso transitorio e ben presto contenuto dalle
strutture del potere, illumina il momento storico di svolta; mi riferisco in particolare agli eventi francesi
di maggio-giugno. Su di essi  stato scritto tanto, sono state fatte classificazioni, sono stati maltrattati
da sociologi e da psicologi, eppure nessuna analisi e nessuna valutazione sulle prospettive attuali della
liberazione sono adeguate senza questo punto di partenza. Prover a riassumere brevemente le
implicazioni di questi eventi. Essi hanno dimostrato che il movimento per un mutamento radicale pu
avere origine al di fuori delle classi lavoratrici e che questa forza esterna a sua volta pu attivare, come
catalizzatore, una forza ribelle repressa tra le classi lavoratrici.
Inoltre, e questo  forse l'aspetto pi importante di questi eventi, sono emersi obiettivi, strategie
e valori che hanno oltrepassato l'ottocentesca struttura concettuale e politica dell'opposizione e della
politica in generale. Queste nuove strategie e questi nuovi obiettivi indicano l'emergere di una nuova
coscienza, una coscienza anticipatrice, progettuale, aperta e pronta a prospettive di libert radicalmente
nuove e originali.
La posta in gioco  quindi una transvalutazione dei valori, una nuova razionalit che si
contrappone non solo alla razionalit capitalistica in tutte le sue forme, ma anche a quella socialista
stalinista e post-stalinista. E questa nuova coscienza esprime (e forma) una nuova sensitivit e
sensibilit, una nuova esperienza della realt costituita - e repressa - che ancora la ricerca, l'urlo di
liberazione nei bisogni vitali dell'uomo: nella sua schiavit. L'homme rvolt'. oggi  colui o colei i
cui sensi non possono pi vedere e sentire e gustare ci che gli viene offerto, in cui gli istinti pi
profondi si mobilitano contro l'oppressione, la crudelt, la bruttezza, l'ipocrisia e lo sfruttamento. E
anche chi si ribella per queste stesse ragioni contro la tradizionale cultura occidentale alta - contro le
sue caratteristiche affermative, conciliative, illusorie. Questa ribellione mira ad una desublimazione
della cultura - alla revoca, l'Aufhebung del suo potere idealizzante e repressivo. E' la protesta contro
una cultura che ha sempre considerato la libert e l'uguaglianza come valori interiori: libert di
coscienza e astratta uguaglianza -davanti a Dio, davanti alla Legge, e perci coesistente pi o meno
pacificamente con l'attuale schiavit e disuguaglianza. La protesta  contro la romanticizzazione e
l'interiorizzazione dell'amore, contro l'abbellimento illusorio e la mitigazione dell'orrore della realt.
Per Freud, la desublimazione della cultura  un concetto impossibile, in se stesso
contraddittorio poich tutta la cultura  sublimazione ed  impensabile senza la sublimazione; pertanto
desublimazione pu significare soltanto ritorno e regressione verso uno stadio incivile o pre-civile della
storia. Tuttavia, penso che la desublimazione cui ci si riferisce oggi non neghi la civilt ma solo quegli
aspetti arcaici di sfruttamento che hanno caratterizzato la civilt. Lungi dall'essere disfacimento e
regresso,  piuttosto la reintegrazione nella civilt di facolt umane, bisogni e desideri che sono stati
ridotti, mutilati e distorti nella tradizione della civilt dello sfruttamento. E questa mutilazione ha
prodotto, come reazione, quelle frustrazioni prevalenti che esplodono in quel surplus di aggressione e
distruzione cos dilagante nel nostro tempo. In altre parole, questa desublimazione  una rivolta solo
contro gli aspetti repressivi di una cultura che ha nutrito la falsa coscienza, la moralit ipocrita, le
forme amministrate di divertimento ed elevazione, l'autosottomissione virtuosa alla gestione delle
relazioni umane nella nostra societ.
La ribellione lotta per estendere la consapevolezza dell'uomo oltre i limiti imposti dalle
esigenze del dominio, il che significa attivare l'immaginazione e la sensibilit repressa dell'uomo -
usarle come facolt per la costruzione radicale della realt. L'immaginazione riconquisterebbe il suo
potere creativo di progettare possibilit reali per la libert umana, non solo in termini di invenzione
narrativa, come una verit poetica, come forma artistica, ma anche in termini di obiettivi politici. E la
sensibilit liberata, la sensitivit dell'uomo, fornirebbero la base istintuale e biologica della
ricostruzione. Il processo si manifesta davanti ai nostri occhi, nella musica, nella letteratura, nel
linguaggio della protesta; si manifesta inoltre nei comportamenti, nell'abbigliamento, nell'esperienza e
nella gestualit dei ribelli. Le caratteristiche distruttive, negatone sono prevalenti. La rivolta contro le
forme sublimi dell'arte finisce nel rifiuto della stessa forma-arte. L'integrazione dell'arte nella vita 
negazione dell'arte. In un'opera di Thomas Mann si trova l'affermazione forse pi estrema, pi radicale
della letteratura moderna, la terribile sentenza per cui bisogna ritirare la Nona Sinfonia. La Nona
Sinfonia deve essere ritirata, revocata, proprio perch rappresenta la punta pi sublime di questa
cultura: le afflizioni della realt si trasformano armoniosamente nell 'Inno alla Gioia3.
Si pu dire che questa revoca della Nona Sinfonia  gi in corso? Si pu affermare che il rock n'
roll ha travolto Beethoven? Il living theater dei nostri giorni  la revoca del teatro tradizionale? Ed
 vero che il Black Power  una manifestazione politica di questa revoca, e che gli Yippies praticano
questa revoca? Comune a tutti loro  la lotta contro lo spirito soffocante, oppressivo, ipocrita di seriet
e perbenismo che permea la nostra societ. E cos, se i nostri politici sono seri, l'unico modo per
opporvisi adeguatamente sembra essere lo spregio di questa seriet, il rifiuto dei loro modelli di
discorso e di comportamento.
Ovviamente, la protesta intravede mutamenti cos grandi da sfidare l'immaginazione, in
particolare una societ che nella sua essenza si differenzia non solo da quella capitalista, ma anche
dalle societ socialiste esistenti, che affranca non solo la razionalit ma anche le capacit sensibili
dell'uomo, non solo la sua produttivit ma anche la sua ricettivit, che fortifica i suoi istinti di vita,
Eros contro Thanatos. Questa societ non sarebbe governata dalle leggi e dalle esigenze delle
prestazioni autopropulsive, competitive e legate al profitto; ovvero dalle leggi del potere dominante. La
visione  quella di un movimento storico in cui l'uomo frena quella corsa sfrenata verso il successo che
 stata fino a questo momento la sua esistenza, che si rende conto di ci che possiede e di ci che pu
fame, e decide, invece di continuare con la spietata concorrenza, invece di produrre sempre di pi in
quantit esagerata per coloro che possono e devono comprare, di sovvertire il modo e la direzione della
produzione e, quindi, tutta la sua vita. Questo significa abolire la povert e devolvere tutte le risorse
all'eliminazione della spazzatura spirituale e materiale con cui la societ costituita ha, non solo
metaforicamente ma letteralmente, ricoperto il nostro spazio fisico e mentale e di costruire un universo
pacifico e bello.
I ribelli sono consapevoli del fatto che questo obiettivo trascende tutta la ragionevolezza e la
razionalit dell'Establishment. Oltre la legge della Ragione (questa Ragione) c' quella
dell'immaginazione. Uno degli slogan apparsi sui muri della Sorbona nel maggio dello scorso anno
recita: tutto il potere all'immaginazione.  stato detto (e io condivido questa affermazione) che il
quarto volume del Capitale di Marx sia stato scritto sui muri della Sorbona; potremmo aggiungere che
anche la quarta Critica di Kant  stata scritta sugli stessi muri, ovvero la critica dell'immaginazione
produttiva.
L'idea di ragione, la razionalit che permea l'universo costituito del discorso e del
comportamento, non pu pi servire come guida, non  pi adatta a definire gli obiettivi e le possibilit
della ricerca umana, della moralit umana, della scienza umana, dell'organizzazione sociale,
dell'azione politica. I concetti tradizionali si sono sviluppati e sono stati definiti in un universo di
dominio e di scarsit e, dove hanno superato questi limiti storici, come nella filosofia dell'illuminismo
radicale, sono rimasti per lo pi astratti o separati dalla pratica storica. Una domanda sorge per
spontanea: non c' nulla oltre la razionalit costituita, nient'altro che la mera fantasia, l'invenzione, la
speculazione utopica?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo ricorrere alla vecchia distinzione filosofica tra
immaginazione e fantasia. L'immaginazione (produttiva) , secondo Kant, la pi importante facolt
cognitiva della mente;  il terreno di incontro tra sensibilit e intelletto, percezione e concetto, corpo e
mente. Come facolt cognitiva, l'immaginazione si pone a guida del progetto scientifico e della
sperimentazione delle possibilit e capacit della materia;  giocosa, libera e, tuttavia, limitata dalla sua
materia, e radicata nel continuum storico. Come facolt cognitiva, l'immaginazione crea le opere
artistiche, letterarie, musicali; e con esse crea una realt propria, ma reale: ovvero pi reale della realt
data. Parole, immagini, suoni, gesti che negano la pretesa della realt data di rappresentare ogni realt e
la realt in generale. Negano questa pretesa nel nome delle possibilit represse delle relazioni umane,
dell'uomo e della natura, della libert.
Dovrebbe adesso essere pi chiaro il significato politico dello slogan tutto il potere
all'immaginazione. Lo slogan esprime la coscienza militante delle possibilit represse e della loro
capacit di rendere obsolete non solo le tradizionali teorie e strategie di mutamento, ma anche i suoi
obiettivi tradizionali. Il passaggio dalla razionalit della scarsit e del dominio al regno della libert
richiede il superamento concreto di questa razionalit, esige nuovi modi di vedere, ascoltare, percepire,
toccare le cose, un nuovo modo di provare a soddisfare le esigenze di uomini e donne che possono e
devono lottare per una societ libera. La situazione storica, quindi, trasforma l'immaginazione in un
potere meta-politico e coniuga i giocosi, creativi, sensuali bisogni estetici con le severe esigenze
politiche. L'aspetto pi singolare di questa strana alleanza  riscontrabile nel fatto che i due nomi pi
frequentemente apparsi sui muri dell'Universit di Parigi sono quelli di Karl Marx, il fondatore del
socialismo, e di Andr Breton, il fondatore del surrealismo. E durante la lunga notte parigina, la notte
delle barricate, c'era un pianoforte proprio tra le barricate e un giovane pianista che suonava del jazz.
Queste forze di liberazione si confrontano con una societ che ha mobilitato la propria
immaginazione in tutta la sua forza; ha concepito forme di controllo in grado di attaccare la liberazione
alle sue stesse radici, nella mente dell'uomo: nell'espressione e nella comunicazione dei suoi bisogni,
dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti. Il movimento di protesta , quindi, costretto a sviluppare un
proprio linguaggio, che deve essere necessariamente differente da quello del sistema e tuttavia deve
restare comprensibile - fatto che contribuisce alla divisione del movimento in piccoli gruppi e
gruppetti. La ribellione linguistica lotta contro la repressione linguistica praticata dall'Establishment:
riconosce fino a che punto, in ogni periodo storico, un linguaggio esprima la forma data della realt e
quindi blocchi l'immaginazione e la ragione dell'uomo, riconducendolo all'universo dato del discorso e
del comportamento. E' il riconoscimento del linguaggio come una delle armi pi potenti nell'arsenale
dell'Establishment.
Oggi  un linguaggio di una brutalit e contemporaneamente di una delicatezza senza
precedenti, un linguaggio orwelliano che, possedendo praticamente il monopolio dei significati della
comunicazione, soffoca le coscienze, oscura e diffama le possibilit alternative dell'esistenza, fissa i
bisogni dello status quo nella mente e nel corpo degli uomini e li rende del tutto insensibili di fronte
alla necessit di cambiamento.
Tuttavia, questa immunizzazione ha i suoi limiti, insiti nello sviluppo della nostra societ, in
particolare nella dinamica della seconda rivoluzione industriale. Al contrario della prima, questa 
stata messa in moto direttamente dalla scienza e si caratterizza per una quasi immediata applicazione
della scienza alla produzione e alla distribuzione. Non solo l'applicazione delle scienze naturali alla
matematica, ma anche delle scienze sociali alla pubblicit e alla politica, della psicologia alle terribili
scienze delle relazioni umane e anche alla letteratura e alla musica come stimolo al tempo stesso
gradito e lieve, perch se fosse eccessivo nuocerebbe al business. In un'unica realt si ha cos la strana
simbiosi del pensiero umanistico scientifico con la societ repressiva, la simbiosi della creativit e della
produttivit in cui la cultura intellettuale serve la cultura materiale, in cui la creativit serve la
produttivit, in cui l'immaginazione serve il mondo degli affari. Ma il carattere quasi compiuto di
questa simbiosi, in cui pensiero scientifico e umanistico diventano macchine per il controllo sociale,
vive oggi gli effetti della sua stessa dinamica: quanto pi la scienza consegue risultati nel controllo
della natura e nello sfruttamento delle sue risorse, tanto pi  alto il pericolo che gli esperimenti
psicologici e biologici di formazione del comportamento umano e dei processi vitali possano sfuggire
dal controllo; pi selvaggia  la capacit dell'immaginazione di concepire modi e significati per
alleviare l'esistenza umana, pi evidente appare il contrasto tra queste conquiste scientifiche e il loro
uso. E pi grande  il potenziale esplosivo nelle societ costituite. Di conseguenza, la prima forma in
cui questo potenziale esplosivo si presenta alle coscienze  l'irrazionalit che penetra la societ
costituita, la mobilitazione politica delle minoranze ai margini della societ e forse anche la perdita di
coesione del lavoro organizzato, di cui tuttavia restano ancora da vedere modi e direzioni.
Questa situazione ci porta ad affrontare il problema della responsabilit dell'intellettuale. Le
due facce della simbiosi tra scienza e societ, tra immaginazione e dominio che si d oggi impongono
all'intellettuale una scelta. Questa scelta pu essere formulata nel modo seguente: la ragione,
l'immaginazione, la sensibilit dell'uomo saranno al servizio di una servit sempre pi efficiente e
prospera o piuttosto serviranno a interrompere questo legame, liberando le capacit dell'uomo, la sua
immaginazione e la sua sensibilit da questa servit cos redditizia? Credo che gli studenti militanti
abbiano fatto questa scelta e ne abbiano pagate care le conseguenze. Oggi le possibilit concrete per la
libert dell'uomo sono cos reali e i crimini della societ che ostacola la sua realizzazione sono cos
palesi che il filosofo, l'educatore non pu pi evitare di prendervi parte, il che significa allearsi, essere
solidale con quelli che non sopportano pi e non hanno pi voglia di vedere la loro esistenza
determinata e definita dalle esigenze dello status quo. Determinata e definita da quei poteri che hanno
fatto del mondo la confusione, la sventura e l'ipocrisia attuali. Oggi gli studenti di tutto il mondo,
nell'Est come all'Ovest, nel Terzo come nel Primo e nel Secondo mondo, stanno manifestando questa
contrariet, questo rifiuto. Se il filosofo, l'educatore, prende ancora seriamente il suo lavoro di
rischiaramento, si ritrover, volente o nolente, con quelli che danno significato e realt alle parole e alle
idee pensate lungo tutta la sua vita di educatore, e non solo significato accademico, ma un significato
per cui lottare e per cui vivere.
Per Hans Meyerhoff questa non era una scelta ma una necessit, e lo ha dimostrato. Io ho
cercato di delineare la logica profonda del percorso da lui intrapreso, un percorso troncato in modo
orribile e assurdo. Voi, dopo questa morte, gli avete dedicato l'area del campus dedicata ai dibattiti e
alla libert di parola. Continuiamo tutti insieme a lavorare per l'estensione della libert di parola anche
al di fuori di quest'area.
NOTE
* Testo della First Annual Hans Meyerhoff Memorial Lecture tenuta da Marcuse a UCLA il
31 ottobre 1968. Originale in lingua inglese conservato nel marcuse Archiv (HMA 266.04),  stato
pubblicato per la prima volta in H. Marcuse, Towards a Critical Theory of Society, ed. by D: Kellner,
London-New York, Routledge, 2001, pp. 111-120. Questo stesso titolo venne dato da Marcuse anche al
ciclo di conferenze che tenne in Italia nel giugno del 1969, e per la precisione a Torino, Milano, Roma
e Bari (su questo ciclo si veda D. Giachetti, Giugno 1969: i caldi giorni italiani di Herbert Marcuse,
in Il Protagora, 4, 2004), e doveva essere il titolo del Saggio sulla liberazione, il libro del 1969
dedicato al Sessantotto, rimasto poi solo some sottotitolo all'edizione francese, a testimonianza
comunque che, dietro quello slogan, Marcuse individuava anche un punto di rottura con la sua
produzione precedente.
1 Hans Meyerhoff (1914-1965), filosofo e attivista politico contro la guerra nel Vietnam.
Anch'egli tedesco di origine ebraica, emigr negli Stati Uniti nel 1934 dopo l'entrata in vigore della
legge nazista che impediva l'immatricolazione all'universit degli studenti ebrei. Conobbe Marcuse nel
1943 quando, dopo avere conseguito il dottorato di filosofia a UCLA, lavor per alcuni anni presso
OSS e il Dipartimento di Stato. Nel 1948 divenne membro del Dipartimento di Filosofia di UCLA,
dove insegn fino al novembre del 1965, quando mor a seguito di un incidente stradale. Il giorno del
suo funerale, il 24 novembre 1965, Marcuse pronunci questa orazione funebre conservata insieme al
manoscritto della conferenza: Hans ha concluso il suo ultimo discorso pubblico proprio in questa
universit - che per pi di una ragione possiamo considerare le sue ultime volont e il suo testamento a
voi, a tutti noi -, e l'ha fatto citando la Bibbia:
Ti offro la vita e la morte, il bene e il male, scegli la vita
(DT, 30, 19 n.d.c.)
Hans ha scelto la vita e il bene, e voglio ricordare cosa questo abbia significato per lui e per noi,
suoi amici. Guardate le sue pubblicazioni: sono eccellenti, intelligenti, intuitive, ma sappiamo
comunque che non sono tutto, non rappresentano tutto ci che  di Hans, tutto ci che  Hans. Lui non
era uno scrittore, era un essere vivente - e lo era semplicemente essendo presente, con le sue parole,
con il suo aiuto. Per quello che voleva dire e fare, la scrittura era troppo ristretta, troppo poco viva; le
parole impresse sulla carta sono state troppo abusate in bocca ai bugiardi o agli imbroglioni. Hans
doveva parlare, e quando parlava le parole uscivano vive, con nuovi significati, improvvisamente
acquisivano un significato - un significato inseparabile dal suo sorriso, dalla sua ira, dalla sua tristezza,
e un significato molto diverso da quello accademico o da quello ordinario. Questo  il motivo per cui la
sua filosofia  andata oltre la filosofia, sconfinando nel campo letterario e artistico - o piuttosto ha
recuperato i profondi nessi tra filosofia e letteratura, arte, musica. Letteratura, arte, musica: non in
quanto costruzione, elevazione, ma in quanto regno in cui le idee e le immagini proibite e represse della
condizione umana erano ancora vive e vere. Idee e immagini che lo aiutavano a comprendere il mondo
in cui viveva, a capirlo e a descriverlo - la felicit precaria e tutto l'orrore di questo mondo. Sapeva che
se nulla si pu fare per mitigare questo orrore, qualcosa si poteva fare per arricchire gli esseri umani
che soffrivano e che perpetravano questo orrore - facendo loro vedere, ascoltare, conoscere. Cos
pensava e amava insegnare; amava voi, i suoi studenti, che sapevano che Hans stava oltre le sue parole.
E queste parole vi hanno dato qualcosa - qualcosa che poteva darvi solo un uomo per cui i valori erano
reali, fatti empirici - bisogni vitali senza cui si pu certamente vivere - ma non la vita di un essere
umano. Questa necessit di vivere la filosofia ha spinto Hans verso la politica: ad accusare, a urlare
contro i crimini contro l'umanit ovunque e sotto ogni falso nome si manifestassero. Hans aveva fatto
la sua scelta: per la vita, per il bene, ovvero contro la morte e il male. E questa scelta lo ha portato a
rompere il silenzio, a lottare contro chi aveva scelto la morte e il male - non solo per se stessi ma anche
per gli altri, per noi. Ma Hans, che aveva scelto la vita, ha dovuto morire. La sua morte pi che assurda
 stata nauseante, folle. E la reazione umana contro questa morte sta, non nella saggezza del c' un
tempo per vivere e un tempo per morire, ma nella protesta di Dylan Thomas: Non addentrarti
dolcemente verso quella buia notte... Sii furente, furente contro la fine della luce.
Come Camus, Hans  stato ucciso dall'assurdit del mondo moderno. Ma, molto meglio di
Camus, Hans sapeva che  un'assurdit creata dall'uomo e che ognuno di noi pu aiutare l'uomo ad
essere meno assurdo. Con questa consapevolezza e con questo fine Hans ha vissuto e pensato - senza
illusioni, forse senza speranza, con il suo sorriso, che era cinico e al contempo pieno d'amore. Sar
molto difficile dimenticare quel sorriso, dimenticare quella voce e quello che diceva. Spero che alcuni
di noi non lo faranno mai (.N.d.C.)
2 II Tribunale Internazionale Bertrand Russell contro i crimini di guerra si costitu a Londra il
15 novembre 1966 per iniziativa del filosofo inglese e vide la partecipazione di molte personalit di
spicco del panorama politico ed intellettuale internazionale, fra le quali Jean-Paul Sartre, che assunse la
carica di presidente. Obiettivo era giudicare la legittimit dell'intervento americano in Vietnam a
partire da cinque capi d'imputazione: 1. Ha il Governo degli Stati Uniti (e con esso i Governi
dell'Australia, della Nuova Zelanda e della Corea del Sud) commesso atti di aggressione ai sensi del
diritto internazionale? 2. L'Esercito americano ha impiegato o sperimentato armi nuove oppure armi
vietate dalle leggi di guerra (gas, aggressivi chimici speciali, napalm, ecc.)? 3. Ci sono stati, e in
quale misura, bombardamenti di obiettivi di carattere puramente civile, e in modo particolare di
ospedali, scuole, sanatori, dighe, ecc.? 4. I prigionieri vietnamiti vengono sottoposti a trattamenti
inumani, vietati dalle leggi di guerra, e in particolare a torture o a mutilazioni? Ci sono state
rappresaglie ingiustificate contro la popolazione civile, e in particolare esecuzione di ostaggi? 5.
Sono stati approntati campi di lavoro forzato, ci sono state deportazioni delle popolazioni o altri atti
miranti allo sterminio della popolazione, che possono essere considerati giuridicamente atti di
genocidio? Il Tribunale tenne due sessioni: nella prima, svoltasi a Stoccolma dal 2 al 10 maggio 1967,
si pronunci in modo specifico sui quesiti 1 e 3. Gli altri quesiti furono oggetto di pronunciamento
nella seconda sessione, svoltasi a Copenhagen dal 21 al 30 novembre 1967. Le sedute si basarono
sull'analisi di documenti, studi e rapporti formulati da gruppi di esperti dei vari settori, oltre che
sull'ascolto di testimoni diretti quali cittadini vietnamiti, militari nordamericani e giornalisti
internazionali presenti sul posto in occasione dei crimini denunciati. Entrambe le sessioni emisero un
verdetto di chiara responsabilit degli Stati Uniti. Sebbene, ovviamente, il Tribunale non avesse sotto il
profilo giuridico alcun valore, ebbe un forte impatto sull'opinione pubblica internazionale (N.d.C.).
3 II riferimento  al Doktor Faustus (trad. it. Milano, Mondadori, 19964), pubblicato da
Thomas Mann nel 1947 e che racconta la folle avventura della Germania nazista che, alleatasi allo
spirito del male per uno sfrenato desiderio di potenza, ha preparato la propria catastrofe. Le vicende
della Germania s'incrociano cos con quelle del protagonista, il compositore Adrian Leverkhn che, in
cambio dell'anima, ottiene ventiquattro anni di genialit artistica, che lo porteranno a concepire una
musica totalmente innovativa: la Lamentatio doctoris Fausti, un pezzo di musica dodecafonica che
spezza le leggi tradizionali della musica e si contrappone ai valori di classicit e misura espressi nella
Nona Sinfonia di Beethoven. Adrian percorre i ventiquattro anni promessi da Satana con leggerezza
assoluta, mentre attorno a lui tutto ci che  amore sembra consumarsi e trasformarsi in morte. Fino
alla morte rivelatrice del figlio della sorella, Echo. Di fronte a questa morte, Adrian percepisce il
baratro che si  scavato. E cos, malato di sifilide, mentre suona la sua composizione ad una cerchia di
amici ed intenditori, crolla, confessa il suo segreto ed impazzisce (N.d.C.).
RIVOLUZIONE DAL DISGUSTO*
Spiegel: Professor Marcuse, lei  uno dei padri della Nuova Sinistra, che in parte adesso si
rivolta contro di lei. Cosa vuole dire in proposito?
Marcuse: Rifiuto sciocchezze come quelle di padre o nonno. Non sono n il padre n il
nonno della nuova sinistra. Effettivamente vi  stata una certa coincidenza tra le mie idee e le
esperienze degli studenti, che hanno tratto per indipendentemente dalla loro pratica e dal loro
pensiero. Sono molto contento di questa sintonia. Non so per quanto andr avanti. Ma non c' nessun
rapporto paternalistico o patriarcale, come si pu vedere ad esempio dal fatto che non ho conosciuto
personalmente un solo studente francese che abbia preso parte alle azioni di maggio-giugno.
s.: Ma resta pur sempre il fatto che, dopo un periodo di temporanea sintonia, tra lei e il
movimento studentesco sono emerse delle differenze.
m.: Le differenze riguardano essenzialmente due punti: il legame della nuova sinistra con la
cultura borghese tradizionale e la possibilit di trasformare la teoria in prassi.
s.: A proposito del secondo punto, lei ha sostenuto che la filosofia deve culminare nell'azione.
La sua filosofia ha gi stabilito questo legame con la prassi?
m.: Non posso pretenderlo. Ma sono dell'opinione che oggi i teorici - e mi riferisco ai teorici
marxisti - debbano partecipare alla prassi almeno assumendo una posizione chiara sulle questioni
politiche, partecipando alle manifestazioni e in certi casi alle occupazioni di edifici, ecc.
s.: Non condivide quindi le riserve di Theodor W. Adorno sulla questione?
m.: No. La differenza tra me e le posizioni di Adorno e del gruppo di Horkheimer, risiedono nel
fatto che oggi per me il contenuto pi profondo della teoria stessa richiede una presa di posizione
pratica o, per dirlo in altro modo, che il contenuto stesso  falsificato senza una tale presa di posizione.
Il concetto di mediazione non deve essere usato come pretesto.
s.: Se lei conferisce cos tanto valore all'unit fra teoria e prassi, in fondo dovrebbe essere
orgoglioso del ruolo di padre che le  stato conferito.
m.: Credo di poterle dire perch rifiuto questo ruolo. Accetterei molto volentieri di essere il
padre della nuova sinistra, se il ruolo di padre non includesse un'autorit pi o meno facilmente
accettata dai bambini. Questa posizione cos paternalistico-autoritaria mi ripugna totalmente.
s.: Nella situazione odierna questo atteggiamento non potrebbe essere preso come una presa di
distanza dal movimento studentesco?
m.: Non deve in alcun modo derivare dal mio rifiuto del ruolo di padre o nonno un rifiuto del
movimento studentesco in quanto tale. Certo, vi sono nel movimento aspetti con i quali non vorrei in
alcun modo identificarmi. Ma il movimento in quanto tale lo considero oggi, nei paesi industriali
avanzati, la chance forse pi importante, se non l'unica, di una futura trasformazione radicale...
s.: ...di una rivoluzione?
m.: Noi non ci troviamo in una situazione rivoluzionaria, forse neanche in una
prerivoluzionaria. In queste condizioni, l'unica possibilit pu essere un lavoro preparatorio, comunque
un lavoro preparatorio che  oggi immensamente pi difficile e immensamente pi importante del
precedente. Ed  appunto in relazione a questo lavoro preparatorio che parlo di opportunit della nuova
sinistra.
s.: Lei ha detto che gli studenti sono voci, che esprimono i bisogni e i desideri di masse
silenziose, ma non sono rivoluzionarie. Lei pensa che il movimento studentesco fornisca una
possibilit concreta per un mutamento delle coscienze?
m.: S, un mutamento delle coscienze e della sensibilit, che oggi  la precondizione per un
mutamento sociale radicale.
s.: E crede che questo mutamento sia legato ad azioni militanti e aggressive?
m.: Dovremmo prima metterci d'accordo su ci che si intende per militanti e soprattutto su ci
che si intende per aggressive.
s.: Lei stesso ha detto che gli studenti - finch utilizzano la violenza - sono sulla difensiva, che il
loro ricorso alla violenza  solo una risposta alla violenza della societ.
m.: Io andrei anche oltre oggi. Sono sempre pi esitante ad utilizzare il concetto di violenza o a
utilizzare il termine violenza per descrivere le azioni degli studenti. Se guarda alle azioni di
Berkeley, per esempio, ma non solo l,  molto discutibile il fatto che il lancio di pomodori e uova e lo
sfondamento di alcune porte possano realmente essere descritti come violenza; io la chiamerei piuttosto
difesa...
s.: ...se paragonata alla violenza usata dalle autorit?
m.: S, con elicotteri, gas lacrimogeni, pallottole, manganelli e altro.
s.: Professor Marcuse, lei ha detto che il filosofo oggi deve partecipare alle manifestazioni,
forse anche all'occupazione di istituzioni...
m.: ...Ho detto edifici.
s.: Lei stesso ha preso parte a queste occupazioni di edifici?
m.: S
s.: Pu fornirci maggiori dettagli?
m.: E' stato in occasione della fondazione a San Diego di un College per i Problemi delle
Minoranze Razziali e Nazionali - il Lumumba-Zapata College - che doveva essere diretto da neri e
messicani. Per ottenere la loro richiesta, questi occuparono, insieme agli studenti bianchi di sinistra, gli
uffici della Tesoreria dell'Universit. Durante la manifestazione, a cui presi parte, fu buttata gi una
porta. Questo fu l'unico atto di violenza, in seguito al quale dichiarai immediatamente che ero pronto a
pagare per la riparazione e la sostituzione della porta. Io non definirei in alcun modo questa
partecipazione una prassi radicale. Ma quando parlo di prendere posizione io intendo molto di pi che
una presa di posizione teorica.
s.: ...e agire per realizzare un'esigenza?
m.: In questo caso tutti sapevano perch gli uffici venivano occupati. Ma bisogna rendere queste
ragioni comprensibili anche ai gruppi al di fuori dei manifestanti. Se non lo si fa, allora una
manifestazione come questa pu apparire completamente irrazionale e come mera provocazione.
s.: Crede che anche il cosiddetto terrore individuale giochi un ruolo nella prassi della protesta,
come  successo per esempio nell'occupazione della casa del signor Khl, caporedattore ed editore di
Konkret?
m.: Cosa  successo realmente?
s.: Hanno rovinato alcuni mobili, tagliato la linea del telefono e urinato sul suo letto.
m.: Lo trovo riprovevole. E non ha niente a che fare con la vecchia o la nuova sinistra.
Analogamente al rogo di libri o all'uso della violenza contro persone che a loro volta non usano
violenza.
s.: Crede che le possibilit del movimento di protesta siano aumentate o diminuite dai suoi inizi
a met degli anni '60?
m.: Le possibilit sono aumentate. Contrariamente alla maggior parte della gente, io credo che
il movimento francese di maggio-giugno non sia stato sconfitto. Non  stato in alcun modo cancellato
dalle successive evoluzioni.  vero che  arrivata una sferzata e c'era da aspettarselo. Ma vorrei dire
senza esagerazione che il capitalismo non  pi quello che era prima del movimento di maggio-giugno;
perch per la prima volta sono state riprese forme e metodi di opposizione dimenticati e soppressi nella
tradizione della sinistra, per esempio il controllo spontaneo, l'autogestione, se necessario anche contro i
sindacati e i partiti ufficiali della sinistra.
s.: Non aveva dato in precedenza un giudizio diverso del legame tra movimento studentesco e
lavoratori? Ernst Bloch ha in ogni caso salutato positivamente il fatto che lei non prende pi le mosse
dall'assunto di una separazione settaria tra intellighenzia e proletariato. Ha quindi rettificato
questo suo punto di vista?
m.: Io non credo. Io non ho mai sostenuto che il movimento studentesco come tale sia un
movimento rivoluzionario. Inoltre, non ho mai affermato che una trasformazione sociale radicale sia
possibile senza l'appoggio delle masse. Il problema  in quali condizioni i lavoratori possano fornire
questa base di massa.
s.: Nondimeno, in una precedente intervista a Der Spiegel aveva detto: Perch il
proletariato di oggi dovrebbe essere la classe da cui viene la salvezza?
m.: Ammetto che era una formulazione piuttosto impertinente, dietro la quale tuttavia si cela la
convinzione che il proletariato marxista non esiste pi nei paesi industriali sviluppati e che il ruolo che
Marx ascrisse al proletariato del tempo non pu essere semplicemente trasferito alla classe lavoratrice
di questi paesi. Da qui la domanda decisiva: Chi sono i lavoratori?. La stessa classe operaia  mutata
nelle condizioni della societ tardo-capitalistica. La tecnicizzazione della classe lavoratrice  un fatto
noto: la crescita costante del numero di impiegati altamente qualificati, ingegneri, professionisti,
scienziati, e il relativo declino dei cosiddetti colletti blu.
s.: Questo vuol dire che la classe operaia si sta imborghesendo sempre pi?
m.: Questo  il punto cruciale: se si sta imborghesendo. Negli Stati Uniti, s; in Germania - per
quanto ne so - anche, almeno per la maggior parte; molto meno in Francia e ancora meno in Italia. Il
mutamento strutturale della classe operaia ha comunque un orientamento duale, uno positivo e uno
negativo. Dal punto di vista della rivoluzione, negativo a causa di ci che lei ha appena definito
imborghesimento, ovvero una pi forte integrazione nella societ borghese. Positivo, se si guarda a
una nuova fascia della popolazione, - l'intellighenzia tecnica - potenzialmente radicale, un radicalismo
che potrebbe derivare dall'acquisita consapevolezza della contraddizione tra il ruolo decisivo dell
'intellighenzia tecnica nei processi produttivi e la sua mancanza di potere in tutte le questioni sociali di
vitale importanza.
s.: Questo non potrebbe significare che la societ si riforma dall'interno, piuttosto che
preparare un processo rivoluzionario?
m.: S, ma non deve dimenticare che sono ancora un marxista e quindi credo che ci sia un limite
oltre al quale le riforme nulla possono, e che nessuna riforma possa essere in grado di rimuovere o
anche solo bloccare la contraddizione fondamentale interna al sistema capitalistico. Credo che questa
contraddizione interna - la cui forma generale  il sempre pi ovvio conflitto tra l'immenso benessere
sociale e il suo impiego terribilmente repressivo - che questa contraddizione sia realmente irrisolvibile
all'interno del sistema capitalistico, nonostante tutte le riforme.
s.: Questo spiega la necessit di un Gran Rifiuto di cui lei parla? - Il rifiuto a collaborare
con le istituzioni di questa societ?
m.: Prima di tutto, questo Gran Rifiuto non deve essere inteso come un'astratta negazione
dell'intera cultura borghese, per il fatto stesso che una simile negazione sarebbe impossibile. Anche il
contestatore pi radicale continua ad essere ancora e sempre in senso determinabile erede della cultura
borghese, anche nella sua negazione. Molti di questi concetti, la maggior parte di questa razionalit e
sensibilit emergono dalla tradizione critica e radicale borghese. Anche quando lavoriamo contro la
cultura borghese, continuiamo a lavorare dal suo interno.
s.: Questo vale anche per Cohn-Bendit quando realizza un film con Godart, appare sulla
televisione borghese o quando vende il suo libro alla casa editrice Rowohlt.
m.: In ogni caso, io non gli rimprovererei queste cose, come invece lui mi ha rimproverato di
aver parlato in un teatro borghese o per aver scelto un mezzo di comunicazione borghese.
Io sono dell'opinione che non  importante da quale luogo geografico si parla, ma solo quello
che viene detto. Io sono d'accordo con Cohn-Bendit - vorrei sottolinearlo - che  stato troppo caro.
Avrei preferito molto di pi parlare in un altro posto. Ma n il Partito Comunista, n i sindacati, n il
movimento studentesco italiani mi hanno invitato1.
s.: Lei ha usato un'istituzione borghese. Cosa pensa dei tentativi di creare contro-istituzioni? A
Berlino l'Universit critica  stato un primo passo in questa direzione.
m.: Un mutamento radicale nella struttura dell'universit  certo una delle principali richieste
della nuova sinistra. Nelle universit e nelle scuole si sta preparando una sezione decisiva della futura
classe lavoratrice - l'intellighenzia tecnica che occuper molte pi posizioni-chiave nel processo
produttivo. La politicizzazione di questa intellighenzia  un compito urgente.
s.: Ma questo mutamento della struttura dell'universit non ne implica la distruzione?
m.: No. Ho ripetutamente criticato l'obiettivo di distruggere l'Universit.  un altro esempio di
come un'istituzione della cultura borghese possa essere usata per preparare un mutamento radicale del
pensiero e anche della prassi. Come sappiamo,  stato Noam Chomsky che ha asserito che, secondo la
logica della distruzione assoluta, Marx avrebbe dovuto dare alle fiamme il British Museum, invece di
lavorarvi.
s.: Quindi, una prassi sovversiva nella societ esistente?
m.: Nella societ esistente, ma non per essa. Vorrei ricordare un concetto marxiano che coglie
benissimo questa differenza, in particolare la descrizione del proletariato come una classe nella societ,
ma non della societ.
s.: Vede forme organizzative della nuova sinistra che siano adatte a questo compito e ai passi
successivi?
m.: Questa problematica pu essere risolta solo collegandola con la prassi concreta. In generale
si pu dire: la nuova sinistra deve trovare forme di organizzazione che rispondano alle nuove forme
dell'organizzazione e repressione neocapitalista e le contraddicano. In ogni caso  stato dimostrato che
le forme tradizionali dei sindacati e dei partiti di massa pi o meno burocratizzati e centralizzati sono
state superate dallo sviluppo del capitalismo.
s.: Nondimeno lei ha fatto notare che  impossibile averla vinta contro una societ che nella
sua totalit si mobilita e si organizza contro ogni movimento rivoluzionario senza un organizzazione
pi solida di quella che finora vi  stata.
m.: E' vero, ma una forma pi organizzata non corrisponde affatto alle vecchie forme istaurate
dai partiti di massa centralizzati e burocratizzati. Abbiamo sfortunatamente imparato che, quando una
forma organizzata di questo tipo ha realmente importanza, pu essere resa inoffensiva in ventiquattro
ore. Lo abbiamo gi visto nel 1933. Quando parlo di forme di organizzazione pi solide intendo metodi
di cooperazione veramente flessibili e mutevoli, che articolino le iniziative dal basso e che siano in
grado di realizzare obiettivi politici determinati. In altri termini, dalla spontaneit devono emergere
forme di organizzazione che a loro volta siano capaci di influenzare la spontaneit e guidarla in una
specifica direzione, una direzione che trascenda il motivo particolare e l'oggetto particolare su cui 
focalizzata l'attenzione.
s.: Potrebbe farci un esempio concreto di queste forme di organizzazione della nuova sinistra?
m.: Penso ad Hannover. A una prima occhiata, l'episodio pu apparire di scarsa importanza,
trascurabile da un punto di vista politico, una mobilitazione irrilevante e con esigenze riformistiche.
Tuttavia  esattamente l'opposto. Qui il motivo immediato, concentrato contro l'imposizione
dell'aumento delle tariffe tramviarie,  connesso visibilmente con l'intenzione di mostrare tutta
l'irrazionalit, tutta la corruzione e la repressione del sistema capitalistico. Allo stesso tempo,
quest'azione ha condotto a una solidariet che ha oltrepassato il mondo studentesco e che ha avvicinato
non solo frange di lavoratori ma anche della borghesia. Mi riferisco al sistema dei punti rossi che
improvvisamente ha unito proprietari di auto a scioperanti e manifestanti, studenti e lavoratori. La
Rote Presse Korrespondenz ha fornito un'analisi eccellente di quest'azione2.
s.: In che modo quest'episodio rappresenta un modello di forma organizzativa del movimento di
protesta?
m.: Per il fatto che ha mostrato come la spontaneit debba essere organizzata minuziosamente
per diventare politicamente efficace.
s.: Pu farci altri esempi?
m.: S. Il grande sciopero alla Pirelli. Secondo i resoconti che ho letto, si  sviluppata in quel
caso una forma organizzativa nuova e realmente rivoluzionaria, in particolare il controllo della
produzione da parte dei lavoratori, l'organizzazione della produzione da parte degli stessi lavoratori. La
cosa stupefacente non  solo che l'impresa ha continuato a funzionare, nonostante i lavoratori abbiano
ridotto l'ammontare della produzione e il tempo di lavoro, ma che lo ha fatto in larga misura grazie
all'assistenza di giovani operai, tutt'altro che altamente qualificati, che solo di recente erano giunti
dall'Italia meridionale per lavorare nelle industrie del Nord. Questo sciopero ha messo in luce che
l'intera complicata gerarchia del sistema aziendale moderno  contingente, che pu essere facilmente e
in breve tempo rimpiazzato dall'autorganizzazione delle forze di produzione3.
s.: Parigi, Pirelli e Hannover, Pensa che le barriere tra il movimento studentesco e i lavoratori
stiano crollando?
m.: Perlomeno si possono aprire dei canali tra certi gruppi e in certi campi; in particolare in
Italia, un po' meno in Francia, forse ancora meno in Germania e certamente meno di tutti negli Stati
Uniti.
s.: Considera quindi necessaria quella che Dutschke definisce la lunga marcia attraverso le
istituzioni - lunga almeno alcuni decenni?
m.: Assolutamente necessaria. I tempi potrebbero anche ridursi, ma uno dei pi grandi errori
sarebbe sottovalutare il potere, la forza del sistema tardocapitalistico.
s.: Non si sottovaluta in particolare questo potere quando si assegna agli intellettuali un ruolo
preminente nella trasformazione della societ? Proprio lei, professor Marcuse,  stato accusato
di scindere il movimento studentesco da quello dei lavoratori.
m.: Che sciocchezza. Come se io potessi separare ci che nella realt sociale  unito ! Non
credo assolutamente che insistere sul ruolo degli studenti nel movimento rappresenti una
sottovalutazione della forza del sistema capitalistico, al contrario. Ripeto, questo sistema non si trova in
una situazione rivoluzionaria. In questa situazione il compito  preparatorio, in particolare scuotere le
coscienze su ci che avviene non solo alla classe operaia, ma a tutte le fasce della popolazione ad
eccezione della classe dirigente.
Sulla separazione del movimento studentesco da quello dei lavoratori, prima di tutto una
contro-domanda: di quale movimento dei lavoratori si parla? Negli Stati Uniti un movimento politico di
lavoratori non esiste per niente. Negli altri paesi, n io n alcun altro teorico ha scisso il movimento
studentesco da quello dei lavoratori, ma lo stesso movimento dei lavoratori si  sviluppato in una
direzione che lo ha reso completamente incapace di lottare contro le contraddizioni che lacerano il
capitalismo. La politica economica riformista di collaborazione, cos come  stata perseguita dai
sindacati e dai partiti comunisti filosovietici, ha solo favorito gli interessi del capitalismo...
s.: ...ci che dicono di lei? Un certo signor Matthias per esempio l'ha definita un agente della
Cia4.
m.: Sono convinto che queste sciocchezze vengono diffuse da persone fallite e gruppi della
vecchia sinistra, che si sottraggono alla discussione e quindi cercano di svalutare e screditare con la
diffamazione quelle idee, che sicuramente li infastidiscono, di cui mi faccio portavoce. La
diffamazione, inoltre, non  solo diretta a me, ma  mirata a screditare la nuova sinistra e in particolare
il movimento studentesco.
s.: Lei ha detto che nell'attuale movimento di protesta  gi visibile una nuova qualit, una
nuova sensibilit. Cosa intende?
m.: Credo che il concetto di nuova sensibilit derivi anch'esso da un concetto centrale della
teoria marxiana, in particolare che la rivoluzione socialista pu essere determinata solo da una classe i
cui bisogni e i cui interessi non sono pi quelli di una societ classista, cio una classe che rappresenti
un nuovo tipo di uomo e un radicale rovesciamento di tutti i valori. Io credo che gli inizi di questo
rovesciamento, su basi realmente profonde, siano presenti nella giovane generazione e in particolare
negli studenti militanti.
s.: Vuol dire che una rivoluzione nasce non dalle crisi economiche, ma attraverso il mutamento
delle coscienze, in un certo senso come rivoluzione culturale? Non  questa una riflessione
antimarxista?
m.: Questa accusa ignora completamente il legame profondo tra i concetti filosofici del giovane
Marx e le sue pi tarde teorie economiche. Credo che non si possa assolutamente comprendere questa
concezione del socialismo se non si riconosce che attraverso la rivoluzione l'uomo libera la sua pi
profonda costituzione erotico-psicologica. Se il mutamento necessario nei rapporti di produzione e nei
modi di produzione, che rimane una condizione di base, non proviene da quest'uomo nuovo, allora
succeder ci che Marx descrisse con l'espressione: la solita merda che ritorna.
La classe operaia  una classe rivoluzionaria fino al momento in cui non  intrappolata nel
sistema dei bisogni della societ capitalista. Pi la classe operaia  ingabbiata nel sistema, pi  valida
l'affermazione che la coscienza di classe pu essere apportata alla classe lavoratrice solo dall'esterno
(Lenin). Questa possibilit di sviluppo delle coscienze si trova oggi tra le fasce non integrate della
popolazione, in particolare tra i giovani lavoratori e gli studenti militanti. Solo una classe operaia non
ingabbiata dal sistema capitalista pu acquisire il controllo dell'iniziativa rivoluzionaria. Questa libert
esiste nei paesi assoggettati all'imperialismo. Qui il mero sfruttamento e l'oppressione bruta sono il
motore della rivoluzione.
s.: Cos vede il principio di questa nuova umanit e di queste nuove esigenze nel movimento di
protesta?
m.: S, ne vedo gli inizi. Ho provato a descriverli nel mio Saggio sulla liberazione. Ma vorrei
sottolineare l'emergere dei nuovi valori nel movimento di protesta. E sono pienamente consapevole che
cos mi espongo entusiasticamente al ridicolo. Non  casuale che due manifestazioni rappresentative
del movimento studentesco negli Stati Uniti, che hanno incontrato la reazione pi violenta, abbiano
avuto come obiettivo un parco, in particolare l'anno scorso alla Columbia University e a maggio di
quest'anno a Berkeley5. Dovremmo finalmente abituarci all'idea, quasi inconcepibile per la vecchia
sinistra, che con ogni probabilit la rivoluzione non emerger nei paesi capitalisti maggiormente
sviluppati e avanzati dalla miseria e dalla povert. Ma allora, e questo oggi  difficile da formulare, da
cosa?
s.: Dalla societ opulenta?
m.: ...Dall'insopportabile disgusto per i modi e gli strumenti con cui la cosiddetta societ dei
consumi fa cattivo uso e sciupa la ricchezza sociale, mentre continua ad alimentare intensamente la
povert e l'oppressione al di fuori dei paesi industrializzati. Questo disgusto non  un fattore
psicologico, ma una reazione politica radicale, che tende per la sua stessa dinamica verso il rifiuto e
quindi verso la ribellione.
s.: Professor Marcuse, grazie per questa conversazione.
NOTE
* Intervista apparsa sul settimanale tedesco Der Spiegel il 28 luglio 1969.
1II riferimento  alla conferenza tenuta da Marcuse al Teatro Eliseo di Roma il 17 giugno del
1969. In quell'occasione Daniel Cohn-Bendit interruppe la conferenza chiedendo a Marcuse perch
avesse accettato di parlare in un teatro della borghesia. Le cronache del tempo raccontano che
Marcuse fu costretto ad interrompere la conferenza e a lasciare il teatro (N.d.C.).
2 Nel giugno del 1969 l'ApO (Auerparlamentarische Opposition) di Hannover d vita ad
una protesta prolungata contro la decisione della USTRA, l'azienda privata che gestiva i trasporti
locali, di aumentare le tariffe tramviarie del 33 %. Fra le richieste dell'ApO, l'annullamento degli
aumenti e la municipalizzazione dell'azienda dei trasporti. Dopo diversi giorni di sit-in, blocchi stradali
e scontri con la polizia, l'azienda decide di sospendere le corse. Per tutta risposta, l'ApO promosse la
Rote-Vunkt-Aktion, un servizio di trasporto sostitutivo attraverso automobili contrassegnate da un punto
rosso messe a disposizione da volontari. L'azione si chiuse con un successo -l'azienda rinunci agli
aumenti previsti, avviando un processo di riduzione e semplificazione delle tariffe - anche grazie
all'ampia partecipazione e solidariet della popolazione locale (N.d.C.).
3 II lungo sciopero promosso dal Comitato Unitario di Base della Pirelli a Milano-Bicocca il 3
ottobre del 1968, che di fatto inaugura l'Autunno caldo italiano (N.d.C.).
4 II 4 giugno del 1969 sul Bulletin des Frnkischen Kreises esce un articolo intitolato
Schwere Vorwrfe gegen Herbert Marcuse firmato da L.L. Matthias, uno storico esperto di politica
statunitense che accusa Marcuse di essere stato per pi di un decennio una spia al servizio prima
dell'OSS e poi della CIA, quando per alcuni anni lavor presso il Russian Institute della Columbia
University a New York. L'articolo riprendeva alcune accuse mosse gi a Marcuse in Marcuse: Cop-out
or Cop?, pubblicato anonimo su Progressive Labor, 6, febbraio 1969, pp. 61-67. In diverse
circostanze Marcuse ha smentito di avere mai collaborato con la CIA, rivendicando invece senza
alcuna vergogna il suo lavoro per l'OSS negli anni del secondo conflitto mondiale perch considerati
da lui un contributo all'esigenza prioritaria di sconfiggere il nazi-fascismo. Su queste vicende cfr. R.
Laudani, Postfazione a H. Marcuse, Davanti al nazismo. Scritti di teoria critica 1940-1948, a cura di C.
Galli e R. Laudani, Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 135-177 (N.d.C.).
5 II primo evento si riferisce alla primavera del 1968, con l'occupazione della Columbia
University da parte degli studenti, insieme con la comunit afro-americana di Harlem, in polemica con
la decisione dell'universit di acquistare il Morningside Park, il parco che delimita l'ingresso al campus
della Columbia dal distretto di Central Harlem, e di trasformarlo in una palestra con accessi e orari
separati per studenti e comunit locale. Le proteste, che durarono diversi mesi, ebbero successo e la
Columbia rinunci al progetto. Il simbolo di quella vittoria  il belvedere posto in cima all'ingresso del
parco sulla 116a strada, fatto costruire dall'amministrazione dell'Universit quando fu costretta ad
interrompere i lavori di ristrutturazione del parco. Il secondo evento si riferisce invece alla battaglia
del People's Park di Berkeley, che vide il 5 maggio 1969 l'allora governatore della California Ronald
Reagan chiamare la Guardia Nazionale per liberare uno spazio del campus precedentemente
abbandonato e trasformato in parco dagli studenti. Divenuto poi luogo privilegiato per dibattiti e
manifestazioni, studenti e popolazione locale si opposero alla sua demolizione. In quell'occasione uno
studente, James Rector, rimase ucciso dagli spari della polizia (N.d.C.).
...
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SUL CONFLITTO GENERAZIONALE*
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...
Per coloro che hanno passato la soglia dei trent'anni; non confidate in me, ma ascoltate: nessun
conflitto generazionale. Il Padre non  pi un problema?
Parlo soltanto di quelli che dissentono, che sono militanti, radicali, radicali in senso
autentico: andare alla radice delle cose, al di l del loro aspetto noto e forse, per voi, confortevole, che
nasconde cos tanta frustrazione e oppressione!
Quali sono le radici?
Iniziamo dalla psicologia, per liberarcene al pi presto; perch l'interpretazione psicologica, se
non svela la sofferenza universale presente nell'individuo, le nevrosi e il malessere dell 'umanit nel
caso individuale,  falsa, ideologica, allontana dalle radici. Confonde e minimizza le questioni,  una
terapia superficiale e una cura incompleta, dei sintomi e non delle cause.
Il Padre costituisce ancora un problema?
Si pensava che questa domanda andasse alle radici sociali e politiche del disagio prevalente
nella nostra civilt, suggerite dalla sconvolgente ipotesi di Freud: l'incompleta ribellione contro il
Padre-Despota; l'arrestarsi della liberazione: la restaurazione volontaria del comando paterno che ha
generato e perpetuato il senso di colpa; colpevolezza per aver commesso il crimine della ribellione
che, secondo Freud,  all'origine di ogni tipo di repressione civile, del dominio e della redenzione
illusoria.
Il progresso nella civilt  suscitato dal senso di colpa. Infatti, ogni sublimazione culturale che
racchiude questa colpa riproduce la figura del Padre, imponendo un Principio della Realt repressivo!
Repressione necessaria, indispensabile: deve esserci un Padre per imporre i tab; l'alternativa 
la totale anarchia!
Il risultato di questo processo ambivalente, psicologico e storico,  il mondo in cui viviamo
oggi, con la sua struttura ambivalente di progresso e terrore, democrazia e disuguaglianza, le promesse
della scienza e la realt del genocidio.
Domanda: se questa unione ambivalente  stata una necessit storica, essa  anche una
necessit inevitabile?
Qui la valutazione della rivolta studentesca  vitale: solo proteste giustificate, da punire come
in altri casi nei loro eccessi? Oppure un (potenziale) punto di svolta nella storia?
Innanzitutto: si tratta solo di una piccola minoranza, anche tra gli studenti!
Il potere del sistema dominante si esercita attraverso il dominio sulla coscienza e le pulsioni
dell'uomo: guerra, disuguaglianza, distruzione - il prezzo da pagare per il progresso; queste sono
soltanto alcune delle zone oscure che possono essere e che saranno controllate.
E noi (noi?), stiamo bene come mai. Cos, molti di voi troveranno un lavoro per
l'Establishment. Se non ci trovano nulla di sbagliato sono affari loro o il loro funerale: Sono la
maggioranza e i passi avanti nella storia non hanno mai avuto inizio dalle maggioranze.
Ma in che termini si pu definire la ribellione studentesca minoritaria un potenziale punto di
svolta? Se io ora sostengo che la giovane generazione ribelle  la prova di una struttura mentale e
istintuale che pu far esplodere il modello stabilito di civilt, non sto sostituendo la psicologia
all'analisi sociale, e non ho dimenticato la lotta di classe!
Piuttosto, considero i mutamenti nella struttura mentale come espressione dei mutamenti
strutturali nella societ, di un'evidente dislocazione della coscienza politica: espressione di tendenze,
di forze che operano per una trasformazione sociale e culturale di un'ampiezza e di una profondit
maggiori, e forse diversa da quella ipotizzata dal concetto tradizionale della transizione dal capitalismo
al socialismo.
O piuttosto: in armonia con la (successivamente repressa) visione totale e libertaria di Marx.
La struttura mentale radicalmente nuova: perch dovremmo provare un senso di colpa?
Questa generazione non  analizzabile!
Noi, i padri, siamo colpevoli del mondo di Auschwitz, dei ghetti, dei massacri nel Terzo
Mondo...Noi, siamo colpevoli del crimine del silenzio, o di esserne stato un accessorio, e di professare
una morale, una religione e un patriottismo che assolve o addirittura giustifica questo mondo.
E ora, dopo aver trasformato questa magnifica terra in un inferno per centinaia di milioni di
uomini, inquinando aria ed acqua, spendiamo centinaia di milioni per conquistare lo spazio cosmico...
Certo, non tutto  brutto e cattivo, ma  proprio questo che rafforza la ribellione, perch la
ricchezza e il benessere di questa societ rivelano ci che potrebbe essere e dovrebbe essere per tutti, e
quel che oggi viene acquistato e consumato al prezzo di perpetuare anacronistici interessi costituiti, il
cui dominio richiede una lotta per l'esistenza incessantemente aggressiva.
Ma allora, di che cosa stiamo parlando?
Vi si chiede di riuscire a vivere in un mondo reso per voi intelligibile dalla vostra educazione, in
modo da poter vivere in esso come esseri umani, e ci significa, secondo questa educazione: un essere
libero e razionale. Libero nel senso di autodeterminazione e responsabilit; razionale nel senso di sotto
la legge, in modo che la vostra libert non danneggi quella degli altri.
E questo  esattamente quello che scoprirete di stare facendo se non reprimerete la vostra
consapevolezza e la vostra coscienza! Poich ogni libert e soddisfazione di cui voi godrete - e saranno
molte! - la godrete sulle spalle degli altri, anche se non li vedete e non li sentite (il Vietnam, i ghetti...);
perch questo  il modo in cui opera e funziona la vostra societ; queste sono la disuguaglianza e
l'ingiustizia racchiuse nell'uguaglianza e nella giustizia del sistema. Inoltre, se non reprimerete la
vostra consapevolezza e la vostra coscienza (cosa che vi porter a un'esistenza schizofrenica),
scoprirete che, in questa societ, la razionalit, l'efficienza e la produttivit delle prestazioni si
trasformano sempre pi pericolosamente in imprese irrazionali, di spreco e distruttive. Esempi: la
scienza e la crescita del potenziale distruttivo; l'industrializzazione e l'inquinamento; l'automazione e
il deterioramento della qualit; la tecnologia e l'obsolescenza pianificata; l'immaginazione
matematica e la manipolazione dei comportamenti umani.
L'inestricabile unione tra progresso e regressione, produzione e distruzione, liberazione e
schiavit, bene e male,  esattamente questa la profana alleanza, l'unione fatale, che lega il bene al
male, e che deve essere spezzata per dare vita, finalmente, allo spazio mentale e fisico, alla libert e alla
legge necessarie per mantenere le promesse, per realizzare le capacit della civilt.
In che modo?
Non sembra cos bello!
E' sbagliata l'educazione che avete ricevuto?  irrilevante?
No!
Vi ha fornito, o almeno dovrebbe avervi fornito, il materiale necessario per capire, dovrebbe
avervi fornito la conoscenza del bisogno, delle precondizioni e delle reali possibilit di liberazione;
dovrebbe avervi fornito la teoria e i fatti con cui lavorare dopo gli inizi.
Questa conoscenza, questo bisogno, questa promessa sono state mantenute vive, spesso nascoste
e distorte, nello sviluppo della scienza, della filosofia, della musica, dell'arte e della letteratura
dell'Occidente.
Quando  stato chiesto a Cohn-Bendit chi ha influenzato la rivolta studentesca, egli ha risposto:
non i cosiddetti padri della Nuova Sinistra, ma piuttosto Aristotele, Voltaire, Rousseau, Kant, ecc.
Avrebbe potuto aggiungere Rabelais, Racine, Molire, Shakespeare, Shelley, Hlderlin, Novalis,
Baudelaire, Poe ...tutti i grandi artisti e musicisti che vi hanno insegnato a comprendere e ad
apprezzare.
E' tutto l, pronto perch voi lo troviate e lo usiate: l'accusa e la possibile redenzione
(redenzione reale e non illusoria), la disperazione e la speranza.
Nel loro linguaggio e nelle loro immagini, la letteratura, la filosofia e l'arte della nostra
tradizione (non tutta ovviamente) rifiutano questo universo di sfruttamento e repressione: non in
astratto, non solo come elevazione culturale e per i musei o le aule, ma al fine di liberare la sensibilit
mutilata, la consapevolezza e l'inconscio arrestati dell'uomo, per liberare l'uomo al fine di conservare e
ricordare il reale temps perdu, il tempo che l'uomo ha perso sotto il dominio di un'organizzazione
dell'esistenza ingiusta e di sfruttamento, il tempo che l'uomo ha perso mentre era possibile abbreviare
la prevalenza della miseria e della sofferenza.
La lotta per questa liberazione  stata pagata da innumerevoli sofferenze: sul rogo, in esilio e in
prigione, con la latitanza.
La promessa  stata tradita in molte e ripetute occasioni da scienziati neutrali, oggettivi e
avalutativi, che sono riusciti a separare senza macchie la loro ricerca pura dalle sue applicazioni
impure; dagli intellettuali mantenuti di tutti i tempi; dai ministri, dai sacerdoti e dai rabbini che sono
rimasti in silenzio, hanno assolto o hanno addirittura esaltato la guerra e la soppressione degli eretici.
E tuttavia, la promessa  rimasta viva, la promessa di una vita decente, umana, la promessa di
autonomia e giustizia per tutti.
L'avrete sentito, letto e visto nel corso della vostra istruzione: la vostra istruzione non era
sbagliata; essa per ha ora raggiunto i suoi, intrinseci, limiti storici: ha contribuito a costituire il mondo
di oggi, con tutte le risorse necessarie per iniziare a creare la bella vita, il vero e il bello qui sulla
terra.
Questo mondo chiede ora che la promessa venga trasformata in realt. Il divario tra la teoria e
la pratica, la conoscenza e l'azione, il possibile e il reale  stato pericolosamente ridotto: un pericolo
per coloro il cui potere dipende dal mantenimento e dall'ampliamento di questo divario. Essi sanno che
il mondo pu liberarsi dal loro dominio, che gli uomini possono imparare a utilizzare gli strumenti e i
prodotti del loro lavoro intellettuale e manuale nell'interesse della pace e della felicit per tutti...
Autodeterminazione e autogoverno sono la posta in gioco in tutte le pi diverse rivendicazioni,
articolate e inarticolate, della ribellione globale: nel Terzo Mondo e nel nostro, tra gli studenti e i
lavoratori, tra neri, bianchi e di altri colori. Questo non significa anarchia: significa ancora libert
sotto la legge e l'autorit, ma una legge che non serva pi le esigenze di conservazione dello
sfruttamento e della schiavit, una legge alla cui formazione contribuiscano attivamente uomini e
donne maturi, un'autorit che si fondi su esperienza e abilit comprovate. La posta in gioco 
la possibilit di una societ senza politici di professione, senza tecnocrati e manipolatori, senza popolo
sottomesso e rappresentato da politici e capi. In una parola, una democrazia in cui il demos sia
costituito da uomini e donne, ragazzi e ragazze in grado di dar voce ai propri pensieri, sentimenti,
bisogni; dove la volont generale risulti dell'armonizzazione delle singole volont. Se questa societ
 e rimane un'Utopia, allora, la vostra istruzione era davvero sbagliata, una educazione alla servit
piuttosto che alla libert...
Io non credo si tratti di Utopia: il mondo che abbiamo costruito sta per esplodere, sta
diventando intollerabile per un numero sempre crescente di persone, pi orribile e pi distruttivo,
soffocante. Coloro che traggono beneficio dalla sua perpetuazione lo sanno e sono preparati, la loro
legislazione  pronta, le loro forze armate sono pronte: potremmo allora avere un'altra
controrivoluzione preventiva senza una rivoluzione! E qual  la vostra parte in tutto questo? E' parte del
problema o della sua soluzione. Per voi questa  ancora una scelta: una volta immersi nel lavoro, nella
ricerca dei mezzi di sussistenza, potreste essere troppo vecchi, troppo stanchi, troppo soddisfatti! Voi
potete ancora scegliere un lavoro nel quale non dobbiate tradire le vostre idee, la promessa; nel quale
non dobbiate calpestare gli altri, o mentire esistenzialmente...
Raccomandazione per le professioni accademiche. Educare: far vedere, ascoltare e sentire al
giovane quello che sta accadendo, e che cosa si pu fare; aiutare a liberare la scienza dal suo legame
con la distruzione e la manipolazione.
Per le altre professioni: una societ migliore ha bisogno di tecnici e esperti in tutti i settori -
quadri che sanno come progettare, mettere a punto, e utilizzare gli strumenti, che sono in grado di
organizzare e guidare il lavoro in modo che questo riduca la lotta per l'esistenza, e serva al
miglioramento della vita. Quasi ogni lavoro, purch non soccombiate alla sua ideologia repressiva e di
sfruttamento, purch si impari a utilizzare ci che avete appreso per trasformare il lavoro per l'attuale
societ in lavoro per una migliore societ futura.
Io sono contrario alla distruzione dell'universit, perch abbiamo bisogno dell'universit per la
trasformazione della societ; abbiamo bisogno della formazione, della conoscenza, degli strumenti
intellettuali che essa fornisce, o dovrebbe fornire. Tirarsi fuori non basta, anche se potrebbe essere
positivo, e addirittura indispensabile come una lunga boccata d'aria fresca, di aria diversa, ma bisogna
tornare dentro e usare l'aria fresca, altrimenti essa e voi andate a male. Alcuni di voi possono anche
andare a vivere nelle comuni, ma ricordate che un'autentica comune deve avere pi che radici
personali: se non diventano parte di una societ pi vasta caratterizzata da relazioni umane libere da
sfruttamento, le comuni possono costituire soltanto un rifugio temporaneo, aree sperimentali per la
nuova societ. Alcuni di voi potrebbero anche continuare ad amare i propri genitori: il che  bene, se...1
NOTA
* Dattiloscritto in lingua inglese, incompleto e senza titolo, trovato nel Marcuse Archiv (HMA
372.01) insieme ad alcune lettere, con ogni probabilit parte di un intervento all'Universit di San
Diego nel 1969 sul conflitto generazionale e la ribellione studentesca.
1 II testo si interrompe qui (N.d.C.).
...
.
...
FINE Parte 1.